forumpa 2014

Editoriale

Forconi? "qu'ils mangent de la brioche!"

 

E’ la frase che si attribuisce a Maria Antonietta quando le annunciarono, appena prima della rivoluzione, una rivolta con i forconi di un popolo che non aveva più pane. Il rischio che la politica risponda completamente fuori tono alla protesta di piazza esisteva allora, quando il potere era asserragliato in una Versailles già nei fatti marginale, ed esiste ora quando alla disperazione vera, che costituisce l’immenso serbatoio di energia e di rabbia a cui attingono spesso pochi approfittatori, la risposta arriva come da Marte: incomprensibile e distorta.

Se Luigi XVI e Maria Antonietta avessero capito che non era più Versailles il luogo della storia e fossero tornati a Parigi, magari tra il popolo asserragliato in Place de la Grève, forse avrebbero colto qualche anno prima l’aria che tirava e che non passava dalla Corte. Ora in questo mondo interconnesso e sincrono, dove tutto succede insieme, dai funerali di Mandela alle farneticazioni dei capipopolo in Jaguar, dov’è la piazza che dovremmo frequentare per capire? E come possiamo rispondere a tono se siamo circondati dal rumore, ma non sappiamo più dove e chi pone le domande?

Mi aggiro così tutti i giorni tra gli uffici pubblici e le centinaia di commenti che quotidianamente vengono postati a latere degli articoli nostri e dei vari quotidiani online, alla ricerca della piazza che mi aiuti a capire, provando a far sì che FORUM PA resti luogo della comprensione e della connettività. Cerco in questo modo di comprendere e di distillare, per le cose su cui posso avere qualche competenza, le ragioni che possono essere alla base di una rabbia vera, quella che può animare per mesi piazza Tahrir, separandole dai momentanei sbuffi che al massimo producono qualche “Vaffa”.

A ciascuno il suo: io mi occupo della PA e provo a fare, in questo ambito, un sommario e provvisorio elenco delle cose che mi sono apparse ora, in questa indagine, assolutamente insopportabili e che devono quindi trovare risposte adeguate (pane vero non brioche) immediatamente (settimane, non mesi, né tantomeno anni), per evitare che “i forconi” trovino nell’impiego pubblico altra truppa per riempire le piazze:

  • La concomitante presenza sia di un blocco contrattuale (ormai di cinque anni) sia di un blocco del turnover, entrambi comunicati come peggio non si sarebbe potuto e di cui nessuno si è preso chiara responsabilità, ha messo sulle spalle del pubblico impiego un fardello pesantissimo, forse necessario, ma che nessuno ha spiegato e di cui nessuno ha detto neanche grazie, quasi fosse un risarcimento postumo per posizioni di maggior favore di cui i dipendenti pubblici dovessero vergognarsi. L’antidoto può essere solo maggior rispetto, di quello vero che induce al dialogo tra pari.
  • La disuguaglianza eccessiva e non basata su alcun giudizio di merito è causa di profondo disagio. La crescente sproporzione tra gli stipendi dei dirigenti, specie apicali, e quelli del comparto situa le due categorie in due status sociali completamente diversi che non sono percepiti come dipendenti dal merito; inoltre le differenze di trattamento, a parità di lavoro, tra i diversi comparti del pubblico impiego parlano di privilegi, di lobby, di favoritismi che nessuno tollera più. Il simbolo di questo è lo status dei dipendenti del MEF o della Presidenza del Consiglio. Unica via d’uscita è ridurre da subito, anche con coraggiosi provvedimenti, tale disuguaglianza. Non c’è tempo di aspettare che si sani da sola.
  • Il congelamento della speranza di un miglioramento tiene lontano i migliori dal pubblico impiego. In qualsiasi posto di lavoro devo poter sperare di crescere, di far carriera, di farmi valere. Se questa speranza muore o è legata solo all’anzianità, resta solo la rassegnazione. E’ necessario bloccare subito le progressioni orizzontali automatiche e dare condizioni di credibilità alla valutazione e alla scelta.
  • Il blocco dell’investimento sulle persone diventa arroccamento, di cui è simbolo il dimezzamento delle spese di formazione e l’impossibilità di viaggiare, di collegarsi, di aggiornarsi, di partecipare a convegni; ma anche l’assenza di mobilità che fa diventare il lavoro pubblico una lapide. Non è possibile trattare le amministrazioni come castelli chiusi; bisogna discriminare e lavorare per budget: ogni dirigente deve avere a disposizione un investimento per aggiornare, formare e far muovere le sue persone, di cui dovrà ovviamente rispondere con i risultati.
  • Le mancate promesse di valutazione minano le condizioni della fiducia. Fino a che non c’è un effettivo riconoscimento del merito, persino con il rozzo sistema delle fasce proposto da Brunetta, e nella notte tutti i gatti continuano a essere neri, i migliori faranno sempre più fatica a non sentirsi degli utili idioti. Se non è possibile che il monte salari nel suo complesso aumenti (affermazione tutta da dimostrare), non possiamo rinunciare comunque a premiare il merito dei migliori, a costo di penalizzare gli altri, ma dobbiamo avere il coraggio di scegliere chi sono quelli da premiare, che non possono che essere una minoranza.
  • Il taglio delle spese minime di funzionamento impedisce alle amministrazioni lo svolgimento dei loro compiti. Rendere impossibile il lavoro, togliendogli la benzina, ma lasciando invariati i modelli organizzativi, i perimetri e la geografia delle amministrazioni, non può che confermare che la PA è percepita dalla politica come inutile e assistenziale. Riduciamo, anche drasticamente, gli enti. Ma se li teniamo mettiamoli in condizione di funzionare efficacemente. Dare le lavagne multimediali nelle scuole, ma non la connettività, non è solo stupido, è anche offensivo verso chi nella scuola ci lavora.
  • L’ignoranza dell’alta dirigenza sui processi d’innovazione resta l’ostacolo maggiore alla modernizzazione della macchina pubblica. Non spiego ulteriormente perché sia Luca Attias con un intervento sia io con un editoriale ne abbiamo abbondantemente parlato.
  • Il crescere degli adempimenti formali in forma inversamente proporzionale all’attività di produzione del valore, rende la PA sempre più aliena. E’ quella che ho chiamato “necrofilia amministrativa”. A mano a mano che si tagliano le condizioni di effettiva operatività, ossia gli strumenti per rispondere ai bisogni dei cittadini e delle imprese, drammaticamente cresciuti in tempo di crisi, si creano con leggi, direttive, circolari e decreti sempre ulteriori passaggi burocratici, sempre più stringenti limiti, sempre più fitte regolamentazioni. Peccato che si stia chiudendo con chiavistelli sofisticatissimi una scatola ormai semivuota, in cui l’attività core è quasi ferma. In questo senso una completa e duratura moratoria normativa non può che essere necessaria, così come l’attenzione a non normare aspetti quotidiani della vita dell’amministrazione che devono poter essere risolti dalla dirigenza con una buona cultura organizzativa.

Queste condizioni di disagio, che renderebbero impossibile il lavoro in qualsiasi organizzazione complessa, sono, a mio parere, gravi soprattutto perché, visti nel loro insieme, sono tutti indizi chiari della rinascita dello sciagurato patto tacito che ha reso per decenni impossibile qualsiasi reale innovazione nella PA: “poco ti do, poco ti chiedo”.
Questa strategia al ribasso non ce la possiamo permettere ed è alla base di quello scontento tacito di cui alcuni episodi, come forme di solidarietà delle forze dell’ordine con moti di arrabbiati, sono preoccupante testimonianza.
Ma se continuiamo a pensare a come pararci dalle conseguenze, senza agire sulle cause, non andiamo lontano.

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Commenti

commento

Analisi centrata e veritiera. Il dipendente pubblico, considerato ormai un rifiuto tossico, marchiato a fuoco da Brunetta e Co., è colui il quale, invece, aiuterebbe l'economia a risollevarsi se riuscisse ancora a poter destinare, come poteva fare un tempo, parte del suo stipendio agli acquisti quasi sempre "a rate" che, nella loro costanza e durata nel tempo, davano ossigeno a molti commercianti. Purtroppo, oggi, nemmeno questo è consentito, visto l'impoverimento graduale e inesorabile dei dipendenti pubblici, non dirigenti.

"There is no idea so good

"There is no idea so good that it can't be poorly implemented" - Scott Adams cretore di Dilbert.
Questa è la frase che istintivamente associo a quella da te richiamata, assieme alla convinzione di essere, con i miei colleghi manager pubblici, una sorta di Antidoto al re Mida: non so se mi spiego!
E' da poco tempo che, con la mia innata difidenza, ho ripreso a frequentare qualche "convegno" e l'immagine che spero di aver evocato anche in te mi è apparsa sempre più chiara.
Non sono le idee che mancano. Ce ne sono fin troppe e, come diceva Quelo, "però sbagliate", ma non è questo il punto.
Siamo incapaci di implementarle, metterle in pratica, realizzarle, attuarle rendendole migliori di come sono state inizialmente pensate. Anzi, come dovrebbe ben rappresentare il mitologico "Antidoto al re Mida" sembriamo colpiti dalla maledizione che ci costringe a trasformare in m...., l'oro che tocchiamo.
Da qui, a mio avviso, discendono tutti i mali e tutti gli errori che hai puntualmente e abilmente elencato con la lucidità che ti contraddistingue.
Su questo fronte, a mio avviso, la PA e, forse, anche l'Italia è indietro rispetto al resto del mondo occidentale.
Ma non è un gap da poco. Non basta un'idea per recuperarlo, anzi, dal mio punto di vista sarebbe controproducente.
È un gap che si supera con l'applicazione, il lavoro, il sudore, meglio se guidati dal metodo.
Ed è qui che rilevo l'assenza più grave, il vuoto più assordante.
La mia materia è l'IT, i temi per cui ti seguo sono tecnologici.
È un mondo ricchissimo di metodi, framwork di riferimento, standard internazionali, best practices formalizzate, formazione e certificazioni standardizzate.
Partecipo ai tuoi convegni e ci fosse un solo collega che parli di metodo, che si riferisca a best practices, che faccia affidamento su un framework metodologico.
Eppure sono tutte cose create con l'obiettivo di rendere realizzabili le idee.
Abbiamo così migliaglia di CED gestiti o, meglio, non gestiti, alla buona, applicazioni che non si sa cosa facciano, banche dati ridondanti, sporche, non controllate e non documentate, sistemi insicuri ed esposti agli attacchi, privacy non garantita e via dicendo.
E qual'è la ricetta?
Facile, dirai. Lavoriamo sulla cultura delle amministrazioni, portiamole a comprendere come si lavora in Inghilterra o negli USA, qualifichiamo gli operatori e avviamo un processo di miglioramento basato sull'adozione di metodi e la certificazione degli operatori e delle organizzazioni, sulla,capacità di adozione delle best practices.
E invece no, qui ci vuole una bella IDEA!!!
Accentriamo tutto e il problema è magicamente risolto.
A cosa serve un capacità di enterprise architecture dentro una grande amministrazione (TOGAF)?
A cosa serve una capacità di data management (DAMA, iso 8000, DM BoK)?
A cosa serve una capacità di governance (COBIT)?
E una di IT service management (ITIL)?
E avere applicazioni interoperabili (vogliamo parlare di SOA)?
O avere certificazioni di sicurezza (ISO 27000)?
Ma si, continuiamo così, continuiamo a pensare che l"accentramento dei server si faccia col risparmio di corrente derivante, senza impatti per l'utenza.
Come dire che basta spegnere la luce quando si esce dalla stanza per far risparmiare all'amministrazione milioni di Euro, come se bastasse dirlo per risparmiare.
Continuiamo a pensare che per risolvere la complessità basti nasconderla, non trasferirla a chi la gestisce per rendere semplice l'implementazione dei servizi che grazie alla corretta allocazione di quella complessità possono essere erogati e sviluppati.
Continuiamo a pensare che esista un modo facile, non faticoso, per risolvere le complessità che magicamente ci è venuto in mente e a cui milioni di persone prima di noi non avevano pensato!

Bravo Francesco... ce ne

Bravo Francesco...
ce ne fossero di dirigenti pensanti come te, la PA non sarebbe diventata la schifezza che è. io ci lavoro da 32 anni. per 25 anni felice, sempre con gente di valore... ma ora non più. nel mio ministero si contano sulle dita delle mani i dirigenti pensanti.. direi pochi, in un settore come il nostro in continua evoluzione. ero una di quei rari impiegati che veniva al lavoro contenta. Ora mi prende male ogni mattina: noia routinaria, scontento generale, bagni rotti, ascensori che non funzionano e di contro continue riorganizzazioni che disorganizzano il poco che funziona e.. via dicendo.
approvo in pieno sia te che Carlo che ho avuto il piacere di seguire in molti convegni.
speriamo qualcuno legga il tuo commento e ne resti toccato.
e che dio ce la mandi buona!

Sintesi perfetta

Vorrei solo aggiungere che a rendere ancora più difficile e faticoso il lavoro dei "dipendenti pubblici che lavorano" c'è la "schizzofrenia normativa" degli ultimi anni: si susseguono continuamente norme che dicono una cosa e poco dopo l'esatto contrario o la stessa cosa ma un pò diversa (un esempio fra i tanti le norme sui test di ammissione alle lauree a numero chiuso).
Per non parlare dei ritardi imperdonabili del legislatore nell'emanare norme vitali per la vita delle amministrazioni. Penso alla Tares, ai bollettini che arrivano in questi giorni ai contribuenti con scadenza molto ravvicinata e mentre ascolto le lamentele di chi ha poco tempo per pagare e forse nemmeno i soldi per farlo, il mio pensiero va anche agli uffici che nonostante tutto sono riusciti ed emetterli e a farli recapitare con incredibile efficienza e tempestività.

Aprite gli occhi

Il paragone con Luigi XVI e Maria Antonietta è grandioso ! Il Paese è sempre più ai margini non solo d'Europa e tra un pò comincerà a bruciare e pare che solo Sismondi e Attias se ne sono resi conto.

Se si vuole assumere come

Se si vuole assumere come obiettivo per sperimentare e verificare come NON FUNZIONA ma consuma risorse una pubblica amministrazione tipo, basta osservare il ministero beni culturali. Se si volesse comprendere come un reclutamento improvvisato ( 2 euro all'ora la paga peggio di un call center) di giovani per la cultura (500) laureati con 110/110, stia scatenando un fiume in piena di proteste e ...tra poco una presa di posizione dei sindacati, basta osservare questo Ministero. Se si volesse verificare come le retribuzioni dell'alta dirigenza e il loro operato si concretizzino in atti di gestione sconsiderati ... evitando di dare esito a procedure di progressione in carriera impantanate in commissioni giudicatrici ..basta guardare quel ministero. Se si volesse indicare lo stato di degrado delle p.a. deputate alla tutela paesaggistica che si affidano solo al volontariato di funzionari che non ricevono spese di missione se non dopo mesi e cumulano ore di lavoro non retribuite...basta prendere quel ministero.
In conclusione se si volesse far funzionare tutta la P.A. basterebbe con un colpo solo... distruggere e ricostruire dalle macerie tutta la filiera delle competenze dal centro alla periferia iniziando proprio dalla capitale che ha massacrato ogni innovazione e assorbito tutte le energie e oscurato, tranne rare eccezioni, ogni buona intenzione. I ministri ostaggio di una classe dirigente preoccupata solo di assicurare l'avvicendamento degli incarichi ..questa è la amara verità... Al punto in cui siamo lo stato-amministrazione va rifondato nella sua filiera eliminando duplicazioni e ponendosi come obiettivo alto anche la modifica radicale del titolo V della Costituzione dove la proliferazione dei centri di costo e delle competenze in una penisola (oggi raggiungibile in poche ore) che ha bisogno di semplificazione e celerità e pochi centri decisionali.

Bravo Carlo. Analisi

Bravo Carlo. Analisi correttissima.
Lucida e purtroppo deprimente.. Speriamo che le persone di buona volontà si attivino. E risveglino le coscienze.

Non sono (più) nel pubblico

Non sono (più) nel pubblico impiego, dopo tre anni "apicali": condivido quello che scrive Carlo Mochi, ma non intervengo per aggiungere pesantezza di parole alla sua analisi corretta. Ho un altro motivo per esprimere questo consenso. La Pubblica Amministrazione che ho vissuto, un grande Ministero, non può vivere in una perenne vigilia di fatti ora politici, ora amministratici, ora legislativi, che ne cambiano continuamente la fisionomia. Ora il perimetro, poi le deleghe, poi le nomine interne, poi i tagli alla spesa, poi si ricomincia dal perimentro: Chiunque si occupi di organizzazione sa bene che si può gestire un divenire con una sua logica, ma non si può gestire un divenire senza logiche e prospettive (anche negative, ma misurabili). Non c'è bisogno di immaginare riforme onnicomprensive, ma di fare una sola semplice operazione. Decidere cosa la PA, quella specifica PA deve fare e cosa non fare; concentrarsi quindi su quello che deve fare e farlo riorganizzando. Sembra banale? non lo è: sarebbe il modo per ricominciare da una certezza che ridarebbe anche dignità professionale alle persone: sapere chi sono, di cosa sono incaricate, perchè lo fanno. Serve il primo passo, e allo stato attuale il primo passo è la certezza dell'ubi consistam: le riforme si faranno quando possibile.

Luigi Mastrobuono

questo articolo è OK, ovvero

questo articolo è OK, ovvero reale!!!

come non si può essere che d'accordo...

come non si può essere che d'accordo...
tutto condivisibvile, lei che si documenta e frequenta uffici pubblici lo sa, lei che umilmente riceve e risponde su questo sito ai commenti lo sa, lei che si pone il problema lo sa, lei che cerca di risolvere le questioni lo sa, lei che ci ascolta lo sa...
ma allora perchè siamo in questa situazione? chi ci ha messo in condizione di ver4gognarci solo perchè siamo dipendenti pubblici? chi ha nominato i dirigenti che lei dice che sono in aprole povere inadeguati? chi ha creato la burocrazia? chi fa demagogia? chi ci bolla di essere fannulloni?
noi siano stati assunti con regolare consorso (almeno io!!!) ci siamo accontentati di stipendi decenti ma non certo alti, abbiamo messso su famiglai tardi (dopo i 40 anni tanto per intenderci) abbiamo comprato casa e finito il mutuo da poco, e ora siamo tacciati anche di essere il male del paese...e non possiamo difenderci, chi dovrebbe farlo è già saltato sul carro dei vincitori...