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La Smart Specialisation e l’Agenda Digitale per lo sviluppo
Oggi, si sa, le politiche pubbliche devono essere ‘smart’. Cioè ‘intelligenti’ a sufficienza per generare impatto economico e sociale. Questa volta però non lo dice la consulenza IBM, ma la Commissione Europea, che introduce nelle politiche di sviluppo il concetto di Smart Specialisation. E lo fa in modo brutale: secondo la proposta della Commissione alla base dei negoziati in corso, inclusa nel position paper sull’Italia presentato il 28 Novembre a Roma, le regioni e i paesi europei non potranno utilizzare i fondi 2014-2020 per la ricerca, l’innovazione e l’agenda digitale (fondi strutturali ma non solo) finché non avranno approvato una strategia coerente con il principio della “specializzazione intelligente”.
Il concetto è semplice. Le regioni (e gli stati) europei dovranno analizzare, tramite i metodi rigorosi suggeriti dalla Commissione, i punti di forza del proprio territorio, cioè le risorse imprenditoriali, naturali, culturali che lo rendono unico, nonché le conoscenze, competenze, “giacimenti di innovazione” attuali o potenziali su cui far leva per lo sviluppo, immaginando come le ICT e più in generale le nuove tecnologie possano sfruttarne appieno le potenzialità. Poi, una volta individuati, su questi puntare tutto, scordandosi gli incentivi a pioggia tipici di una stagione da superare.
Questo processo è chiamato, nel gergo degli esperti del gruppo Knowledge for Growth, “scoperta imprenditoriale” innovativa: si parte da un asset locale – ad esempio una filiera produttiva che spinge l’export, un’università di eccellenza che genera competenze e iniziative per l’innovazione, oppure la bellezza e la cultura di territorio – per delineare scenari di innovazione, in cui le ICT e le cosiddette General Purpose Technologies giocano un ruolo di primo piano.
Philip McCann, Special Adviser del Commissario Europeo per la Politica Regionale Johannes Hann, è intervenuto a un workshop dell’Università di Cambridge per spiegare questo concetto, che a volte viene confuso con la specializzazione settoriale: “Smart Specialisation non significa specializzarsi in determinati settori produttivi, ma implica piuttosto una diversificazione tecnologica che sappia sfruttare le potenzialità locali individuate dalle strategie, generando ricadute positive a livello imprenditoriale anche attraverso la creazione di nuovi settori”.
La diversificazione tecnologica non disdegna quindi i settori tradizionali citati nel position paper della Commissione quali il turismo, agricoltura, il tessile, l’abbigliamento e le industrie chiave del nostro paese come la meccanica, l’industria automobilistica o l’agro-industria, che possono trasformarsi e generare nuove possibilità imprenditoriali attraverso un’iniezione di tecnologia e innovazione.
L’Agenda Digitale, per queste ragioni, assume un ruolo determinante anche nella strategia europea per la ricerca e la competitività. Le regioni italiane dovranno integrare le loro Agende Digitali nelle loro strategie smart per la ricerca e l’innovazione con orizzonte al 2020.
Gli obiettivi dell’Agenda Digitale non solo garantiscono le condizioni abilitanti all’innovazione (reti ad alta velocità, servizi pubblici digitali e interoperabili, creazione di competenze ICT e coinvolgimento dei cittadini, dati pubblici aperti e maggiore collaborazione pubblico-privato) ma, attraverso la diffusione delle ICT nei processi produttivi delle imprese, contribuiscono a realizzare la visione europea di una società della conoscenza e di un’economia più solida.
Ancora una volta, dall’Europa arriva uno stimolo a migliorare le modalità con cui gestiamo e indirizziamo gli investimenti pubblici. Le strategie per la Smart Specialisation sono una delle precondizioni per un utilizzo efficiente dei fondi europei, che vanno definite e condivise con cittadini e imprese per non disperdere le risorse finanziarie che arriveranno dall’Europa.
E ora sembra proprio che per i decisori locali sia venuto il momento di fare delle scelte. Le imprese da incentivare non sono le più radicate e rappresentative, ma quelle con maggiori potenzialità nel medio periodo, magari forse proprio quelle start-up che ancora non esistono. La ricerca da sovvenzionare non è necessariamente quella dei “soliti sospetti”, ma quella che garantisce le ricadute più promettenti in termini di sviluppo economico.
È il momento, quindi, di dire anche dei “no”, sfruttare coraggiosamente questa opportunità e tentare così di uscire dalla crisi.
* Le opinioni qui espresse sono personali e non riflettono necessariamente quelle del Ministero dello Sviluppo economico con cui Luigi Reggi collabora.
Luigi Reggi: short Bio
Analista di politiche pubbliche per l’innovazione, l’Information Technology e l’Open Government.
Dal 2007 supporta la programmazione, l’attuazione e l’analisi delle politiche per l’innovazione finanziate con i Fondi Strutturali europei presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica (DPS). Studia la trasparenza e l’apertura della Politica di Coesione europea ed è membro del team di OpenCoesione.
Da ricercatore collabora con l’Università di Urbino e Sapienza Università di Roma sui temi della diffusione dell’ICT nel settore pubblico (progetto TAIPS), della governance degli interventi per lo sviluppo della società dell'informazione e dell’impatto delle politiche per la coesione economica. Ha pubblicato numerosi rapporti di analisi e articoli scientifici su riviste internazionali. Dal 2012 contribuisce alla definizione e condivisione della roadmap di ricerca europea sugli Open Data nell’ambito del progetto CrossOver.
Dal 2004 al 2008 ha coordinato la rete degli Osservatori CRC (Centri Regionali di Competenza per l’e-government e la società dell’informazione), in particolare sulla raccolta di statistiche ICT a livello regionale.
Su Twitter @luigireggi. Altre info sul blog Regional InnovationPolicies.
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Commenti
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Ho seri e giustificati motivi nel dubitare del possibile successo dell'iniziativa.
L'Italia è molto indietro "tecno-culturalmente" parlando. Basta guardare la scoraggiante situazione della dematerializzazione dei documenti cartacei.