Corsivo
A Milano non c’è "di mezzo il mare" e gli immobili sequestrati alla mafia vanno - in tutta fretta - a chi si occupa del sociale

Con la premessa che la decisione in questione è da ritenersi adottata seguendo le “Nuove linee di indirizzo per l’assegnazione in concessione d’uso a titolo gratuito e per finalità sociali degli immobili confiscati alla mafia e trasferiti al patrimonio del Comune”, la Giunta di Milano ha distribuito, nei giorni scorsi, ottantacinque unità di diverso tipo ad altrettante strutture cittadine impegnate nel sociale, a diverso livello. I criteri di assegnazione determinati “alle luce dalle nuove disposizioni normative e dell’esperienza maturata nella gestione dei beni immobili” hanno voluto ribadire “la necessità di far nascere nelle strutture messe a disposizione del Comune attività sociali al servizio del territorio, che costituiscano un’opportunità di sviluppo e di lavoro per la città, promuovendo la cultura della legalità”.
Per poter utilizzare i beni confiscati alle organizzazioni malavitose presenti sul territorio milanese deve comunque essere garantita la possibilità di avvicendamento degli enti rispetto al loro godimento - per ogni singola unità è stata fissata una data di scadenza, eventualmente rinnovabile - oltre al dovere di ottemperare una serie di incombenze burocratiche e a dimostrazione dell’effettivo uso della destinazione concordata (azioni doverose, che permettono in maniera semplice il controllo del buon fine dell’operazione).
Nell’elenco degli spazi sottratti alla mafia (se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, l’episodio nel suo complesso evidenzia come meglio non si poteva che al nord questo bubbone esiste, eccome!) visibile sul sito del Comune sono compresi appartamenti e box (la maggioranza), ma anche villette a schiera, locali commerciali di diversa grandezza, un terreno agricolo e addirittura un autosalone. Quest’ultimo è stato assegnato alla Fondazione Exodus di Don Mazzi che saprà senza dubbio ri-nobilitare lo spazio in questione al meglio, al pari di quanto senz’altro faranno tutte le altre onlus e strutture di diverso impegno civile coinvolte nell’operazione, nell’ambito di quelli che il Comune di Milano ha voluto inderogabilmente definire come “progetti sociali”: semplice ed esplicita dizione, ma assolutamente obbligatoria da sottoscrivere da parte dei “beneficiari” per potersi fare carico dell’opportunità concessa.
In pochi passaggi e momenti di discussione tutto si è risolto, e l’idea approvata e resa immediatamente esecutiva, smentendo - a velocità molto sostenuta - chi continua a sostenere la stolta e fuorviante idea che fra “il dire e il fare” ci sia troppo spesso “di mezzo il mare”. E non si dica che c’entri in qualche modo il fatto che, a Milano, il mare non c’è: sarebbe spiegazione “geografico-semplicistica” che non regge, nemmeno per scherzo.
Vedi anche
- Ecco come scovare i furbacchioni: cherchez l’ostriche!
- Alla ricerca del merito: in Inghilterra si fa così
- A Livorno il taglio della spesa è uno sforzo collettivo, anzi un vero e proprio concorso
- Notizie sparse e in salsa agrodolce dalla PA: ce n’è per tutti i gusti!
- La Cassazione decide sulla super-pensione di Felice Crosta: noi mettiamoci “energia”, e poi vediamo chi sarà più… felice
- Quando il vino non è questione di gomito alzato, ma piuttosto di messa all’indice
- Come ti indico la gara, e oplà: il risparmio arriva anche al 90%!
- Niente più regali (o quasi) ai dipendenti della PA. Una bella sorpresa... e forse non è l’unica
- Trasparenza dal basso. E se imparassimo dall’India?
- Spigolature dal FORUM PA 2012










.png)












Commenti
Encomiabile ma in fondo dovuto
Non trovo nulla di eccezionale in quello che ha fatto il Comune di Milano.
In tutti i casi di confisca (e non solo alla mafia), quanto viene acquisito al patrimonio dello Stato o del Comune o viene utilizzato per scopi di uso pubblico, o dati in uso ad enti di utilità sociale o, se si tratta di beni mobili, vengono devoluti ad enti di beneficenza o distrutti. Quest'ultima ipotesi si verifica quando gli oggetti sequestrati siano potenzialmente pericolosi o creino una grave turbativa di mercato.
Insomma, il comune di Milano ha fatto solo ciò che doveva, come hanno fatto anche altri comuni del sud nella stessa situazione (se ne è parlato anche nei telegiornali o in reportage televisivi).