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Editoriale

Articolo 18 per gli statali: tanta confusione a chi giova?

Credo che sull’applicazione della riforma dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori al pubblico impiego ci sia da fare chiarezza, ma nello stesso tempo domandarci perché c’è stata tanta confusione e a chi può giovare. Partiamo da un fatto indiscusso: l’art. 18 si applica già al pubblico impiego da almeno 10 anni e, a meno di deroghe esplicite, continuerà ad applicarsi nella forma che esso avrà dopo le modifiche della “Riforma del mercato del lavoro” approvata ieri in Consiglio dei Ministri. Insomma si applicava l’articolo di prima, si applicherà quello riformato.

Per spiegare lo stato di fatto proviamo ad essere schematici e chiari, facendoci aiutare dal post di Luigi Olivieri su “La voce.info” :

  • L’articolo 18 già si applica al lavoro pubblico: L’articolo 51, comma 2, del decreto legislativo 165/2001 (il testo unico che disciplina il lavoro pubblico) è chiarissimo: “La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. E, se vi fossero ancora dubbi, basta controllare la giurisprudenza del lavoro. Per tutti, si può citare la sentenza della Cassazione, Sezione Lavoro 1 febbraio 2007, n. 2233, che ha considerato espressamente applicabile l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non solo ai dipendenti, ma anche ai dirigenti pubblici (mentre nel privato la dirigenza è esclusa dalla tutela della reintegrazione).
  • La disciplina del licenziamento per ragioni economiche c’è già nel pubblico impiego: è stata già introdotta da diversi mesi, cioè dall’entrata in vigore della legge 183/2011, che ha modificato l’articolo 33 del citato testo unico sul lavoro pubblico che ha messo in relazione diretta e chiarissima l’eccedenza di personale alla rilevazione di una “situazione finanziaria” evidentemente negativa, tanto da indurre a rimediarvi con la riduzione della forza lavoro e, dunque, col possibile licenziamento. La recente modifica all’articolo 33 del Dlgs 165/2001 consente anche licenziamenti individuali. L’articolo 33 disegna un percorso peculiare per giungere ai licenziamenti nella PA da concludere comunque entro novanta giorni e finalizzato a verificare la possibilità di scongiurare la risoluzione del rapporto di lavoro, principalmente mediante la “mobilità. Concluso negativamente questo percorso, il dipendente pubblico viene collocato in “disponibilità”: cioè il rapporto di lavoro resta sospeso per ventiquattro mesi al massimo, con un trattamento economico pari all'80 per cento dello stipendio, dell'indennità integrativa speciale e dell'assegno per il nucleo familiare, al netto di qualsiasi altra remunerazione. Scaduto il periodo di disponibilità, il contratto di lavoro è risolto di diritto.

Questi i fatti. Purtroppo in questi giorni i commenti sono stati improntati alla massima superficialità, per non dire ignoranza. Vediamoli.

1) Immediatamente il Ministro Fornero smentisce che la riforma dell’art. 18 si applichi al pubblico impiego.

2) Successivamente arrivano i tre sindacati.

  • Ecco Dettori della CGIL: Lo Statuto dei lavoratori è una garanzia per tutto il mondo del lavoro, pubblici compresi, e lo stesso vale per le parti dell'art.18 applicabili al lavoro pubblico, a partire dal licenziamento discriminatorio (Vero). Applicare il licenziamento economico nella Pa equivale a dichiarare la bancarotta dello Stato (Falso o meglio off topic)
  • Poi Bonanni (CISL): Il ministro Fornero all'inizio della trattativa ha detto che il pubblico impiego non era coinvolto". Lo ha puntualizzato ieri Raffaele Bonanni in merito all’ipotesi di estensione dell'articolo 18 anche ai dipendenti pubblici, ventilata in una nota dal Dipartimento della Funzione pubblica. E in ogni caso – ha aggiunto – la Cisl chiarisce fin da ora che sarà contraria ad ogni eventuale tentativo di deviare da questa impostazione.
  • Infine l’unico comunicato “corretto” dal punto di vista dei fatti arriva dalla UIL: Rammentiamo che la disciplina dei licenziamenti nel pubblico impiego contrattualizzato è già regolata dai CCNL di comparto (licenziamenti per giusta causa) e dall'art. 33 del  D.Lgs. 165/2001 (eccedenze, mobilità, disponibilità). In quest'ultimo caso la norma, recentemente modificata, prevede che le eccedenze di personale, che poi porterebbero al collocamento in disponibilità ed al licenziamento con procedimenti del tutto simili a quelli esistenti nel lavoro privato, siano rilevate dalle pubbliche amministrazioni "in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria", senza peraltro prevedere un minimo di confronto con le OO.SS. (come invece previsto per il settore privato).Dobbiamo dunque sgomberare il campo dalle false rappresentazioni della realtà che, come un disco rotto, ricominciano a parlare di privilegi e norme di favore. Il vero problema è la mancanza di serietà di chi fa affermazioni senza prima essersi documentato e,  approfittando della mancanza di conoscenza delle norme, soffia sul fuoco alimentando sterili ed inutili polemiche che non giovano alla chiarezza ed alla comprensione delle norme esistenti, né tantomeno a garantire il giusto rispetto alle donne ed agli uomini che lavorano nella Pubblica Amministrazione.

3) Infine, in una scarna nota il Ministro per la PA e la Semplificazione ci avverte che Solo all'esito della definizione del testo che riguarda la riforma del mercato del lavoro si potranno prendere in considerazione gli effetti che essa potrebbe avere sul settore pubblico. Nel qual caso è possibile che si valuterà se ricorra l'esigenza di norme che tengano conto delle peculiarità del lavoro pubblico. Confermando quindi che l’art. 18 come è ora e come sarà dopo la riforma, ci piaccia o no, si applicherà alla PA e che per far sì che ci sia un trattamento diverso servirebbero nuove norme.

4) Intervengono anche i giornali che vanno appresso alle farfalle, finché la succitata precisa nota di Luigi Olivieri su “La voce.info” non rimette un po’ le cose apposto chiarendo quel che c’è da chiarire e ribadendo ancora una volta che non esiste alcuna estensione: l’art. 18 è già dentro il pubblico impiego, come per altro è dentro la messa in mobilità per motivi economici. Se si vuole fare una deroga bisogna appunto farla, ma per ora le cose sono così.

A questo punto non mi si accusi di dietrologia se cerco di capire perché tanta confusione, non volendo pensare che dipenda solo da ignoranza. Io credo che nell’accesa polemica sulla riforma di questo articolo “bandiera” , la pubblica amministrazione ci sia entrata, come spesso succede, come vaso di coccio o “agnello sacrificale”. Ponendo in dubbio l’estensione della validità al pubblico impiego si ottengono infatti due risultati:

  • da una parte, se si conferma l’applicazione, si dimostra alla fine della fiera che in questo lavoro pubblico e lavoro privato sono nei fatti assimilati e il Governo può far vedere di essere stato rigoroso (poco importa se è una finta, non è la prima volta che i Governi hanno inaugurato più volte la stessa opera);
  • dall’altra se si arriverà, avendo fatto confusione, ad una deroga dell’applicazione dell’art. 18, per altro come abbiamo dimostrato del tutto inutile, anzi peggiorativa per gli impiegati pubblici, i sindacati potranno dire di aver vinto una battaglia e nessuno andrà a spulciare, come ho fatto io, le leggi per far loro vedere che era inutile.

In entrambi i casi ahimè chi ci rimette è il pubblico impiego, accusato una volta di più di essere un settore ingiustamente privilegiato e insieme ad esso ne pagherà le conseguenze la spinta riformatrice. 

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Dopo scritto questo editoriale è stata pubblicata una lettera aperta del Ministro Patroni Griffi a “Il Messaggero”. Nella sostanza si conferma quanto detto, precisando meglio; ecco il pezzo fondamentale:

Perché dicevo che è fuorviante il discorso dell'applicazione dell'articolo 18 al settore pubblico? Perché i licenziamenti discriminatori hanno una disciplina identica nel settore pubblico e nel settore privato. I licenziamenti disciplinari nel settore pubblico hanno poi una disciplina molto dettagliata proprio per evitare che possano essere utilizzati per finalità diverse". "Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo o economico non può trovare applicazione nel pubblico in quanto in questi casi c'e' una disciplina ad hoc che riguarda i casi in cui le pubbliche amministrazioni abbiano 'situazioni di soprannumero o rilevino comunque eccedenze di personale, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria'". "In queste circostanze scatta una serie di procedure che portano prioritariamente alla mobilità dei lavoratori presso altre pubbliche amministrazioni e alla eventuale collocazione in disponibilità con trattamento economico pari all'80% dell'ultimo stipendio per due annualità". "Questo, come tutti gli altri temi saranno al centro del tavolo che assieme Regioni, Province e Comuni abbiamo aperto con l'intero fronte sindacale pubblico il cui obiettivo e' e resta non creare lavoratori di serie di A e di serie B ma una migliore Pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese del nostro Paese.”

Ma soprattutto sono d’accordo con l’incipit della lettera che, senza averla ancora letta, rispecchia lo spirito di questo mio ormai troppo lungo editoriale. Dice infatti il Ministro aprendo la sua lettera aperta:

“Attorno alla questione dell'articolo 18 e della sua applicabilità agli statali si è sviluppato un dibattito a tratti incomprensibile, se non indecifrabile. Un pezzo d'Italia chiede di colpire i lavoratori pubblici come se ci fossero conti da regolare".

Appunto, dicevamo: un vaso di coccio. Ma a chi giova colpire la PA? A chi giova presentarla come un covo di privilegi e di sprechi?

 

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Commenti

Statuto dei lavoratori per gli statali art.18 e non solo

Egregio Dott. Carlo Monchi Sismondi

Condivido pienamente.
La invito a trasmettere copia della lettera aperta soprattutto al quotidiano "Repubblica".
Vorrei aggiungere che la legge 300/70 (Statuto dei Lavoratori) non si applica pienamente ai lavoratori pubblici ( ma a convenienza).
Segnali anche questa nota al Ministro Patroni Griffi: disparità di trattamento tra lavoratore pubblico e lavoratore privato in tema di Collegi arbitrali art.7, comma 6 e 7, L.300/70.
In particolare:
com'è noto il D.Lgs 27.102009 n. 150 ha introdotto rilevanti novità in materia, che si possono così riassumere: a) abrogazione dei collegi arbitrali di disciplina; b) divieto di nuove istituzione di nuove procedure di impugnazione attraverso la contrattazione collettiva; c) abrogazione dell'art. 56 del D-Lgs n. 165/2001, che prevedeva la possibilita, in assenza di strumenti impugnatori disciplinati dai contratti collettivi, di impugnare i provvedimenti disciplinari davanti i collegi di conciliazione con le modalità e con gli effetti di cui all' art.7, comma 6 e 7, L.300/70.
Su tale ultimo aspetto in particolare le Amministrazioni pubbliche hanno pienamente recepito l'orientamento espresso dal Dipartimento della Funzione Pubblica con parere del 22/7/2010 ( a quella data il Dipartimento era sotto l'egida del Prof. Brunetta) circa la non applicabilità al settore del Pubblico Impiego della procedura di impugnazione prevista dallo9 Statuto dei Lavoratori.
Considerato che, inoltre, la recente Legge n. 183/2010 (cd. Collegato Lavoro), all'art. 31 ha abolito i Collegi di conciliazione e arbitrato di cui all'art. 65 e 66 del D.Lgs n.165/2001 ed ha reso facoltativo il tentativo di conciliazione , per le impugnazioni delle sanzioni disciplinari nel settore del pubblico impiego permane, al momento, l'unico mezzo del ricorso al Giudice Ordinario, previo eventuale tentativo facoltativo di conciliazione dinanzi alle apposite Commissioni.
Pertanto, dinanzi le Commissioni di Conciliazione le Pubbliche Amministrazioni non si presentano (essendo il tentativo facoltativo di conciliazione - la presentazione deve avvenire nei 20 giorni dal ricevimento della richiesta di conciliazione) e, quindi per il destinatario del provvedimento disciplinare rimane, come unico mezzo del ricorso al Giudice Ordinario.
Orbene, ma Le pare giusto, che un dipendente destinatario di un provvedimento disciplinare debba sobbarcarsi una spesa per onorari dinanzi all'Autorità Giudiziaria per vedersi riconosciuta una propria difesa anzichè ricorrere all'arbitrato stragiudiziale molto più celere della G.O.? e se non
può permetterselo cosa gli rimane da fare? "accettare la sanzione disciplinare" anche se ingiusta e con grave pregiudizio per la propria carriera?

"L'esigenza di norme che tengano conto delle peculiarità del lavoro pubblico" invocata dal Ministro per la PA e la Semplificazione devono tendere unicamente a smetterla di classificare i dipendenti pubblici inefficienti (se fossimo inefficienti "Loro" - Ministri, Sottosegretari, Dirigenti Generali, Presidenti di Enti Pubblici ecc - non avrebbero ragine si esistere). Ma "Loro" si sono chiesti mai che rilasciando alcune affermazioni provocano un "effetto boomerang"? Noi dipendenti pubblici siamo in possesso di altissima professionalità ( almeno una Laurea o due a testa ed in alcuni casi anche Master) dotati di capacità di analisi e risoluzione di problemi sul campo ed infine, impiegati pubblici per scelta che credono in ciò che quotidianamente svolgono, anche se sottopagati ( v. altri Paesi dell'U.E.) e quotidianamente villipesi.

Grazie per l'attenzione.

Art. 7 Stat Lav: mi si permetta di dissentire

Mi si permetta di dissentire da quanto sopra detto in relazione all'applicabilità al pubblico impiego dell'art. 7, co. 6 e 7, Stat.Lav.
Infatti:

San Donà di Piave, 23 aprile 2012

Come si ricorderà, fino all’entrata in vigore del d.lgs. 27 ottobre 2009, nr. 150 (d’ora in poi “decreto Brunetta”), sussisteva la possibilità, da parte del dipendente pubblico “privatizzato”, di opporre le sanzioni disciplinari comminate tramite la previsione contrattuale.

Tale possibilità, che in precedenza era prevista in via “transitoria” in forza del contenuto dei comma 8 e 9 del vecchio art. 55 del d.lgs. 30 marzo 2011, nr. 165, era rimasta effettiva in seguito della stipulazione del c.c.n.q. 23 gennaio 2001, il quale indicava quale rimedio ai provvedimenti sanzionatori il ricorso all’arbitrato, nelle sue due forme (Arbitro Unico o Collegi Arbitrali di Disciplina), oltre che, naturalmente, al Giudice del Lavoro.

La procedura stragiudiziale, oltre che parificare secondo il dettato costituzionale il lavoratore pubblico “privatizzato” al dipendente privato, si rivelava quanto mai opportuna sia per i dipendenti che per la pubblica amministrazione, sollevando i primi dai costi di un procedimento in cui si rendeva necessario l’intervento di un professionista abilitato, la seconda rendendo più snella la soluzione della controversia e, soprattutto, liberando gli uffici giudiziari da un notevole potenziale carico di lavoro.

Per non parlare poi dei casi, tutt’altro che infrequenti, di procedimenti disciplinari strumentali, intrapresi per costringere gli operatori del pubblico impiego a seguire le “direttive” date dal politico, direttive non sempre aderenti a principi di legalità ed imparzialità …

Con l’avvento del “decreto Brunetta” tale possibilità scompariva, poiché l’art. 55 del d.lgs. 165 veniva sostituito dal 1° comma dell’art. 68 del “decreto” il quale, per quanto a noi qui interessa, vieta alla contrattazione collettiva di prevedere il rimedio stragiudiziale avverso il provvedimento che commina la sanzione al lavoratore pubblico.

Sennonchè – e non è chiaro se sia stata una mera dimenticanza o la cosa sia stata voluta – la novella riportava in vita, almeno per quanto riguarda il settore pubblico (nel privato il problema non si è mai posto), quanto previsto in merito dallo Statuto del Lavoratori (l. 30 maggio 1970, nr. 300).

Si ritiene, però, che il Legislatore abbia ben tenuto in mente l’esistenza della previsione statutaria, essendo la norma, in caso contrario, facilmente cassabile per incostituzionalità, costituendo evidente violazione dei principi di parità tra i cittadini.

Infatti, come si diceva poc’anzi, l’art. 55, 3° comma, d.lgs. 165/2001, nella nuova formulazione, prevede che “La contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari”, ed il precedente art. 2, 3° comma, dello stesso decreto recita: “I rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto, che costituiscono disposizioni a carattere imperativo.”.

Se da un lato non risulta sussistere alcuna diversa disposizione, in subjecta materia contenuta nella norma in esame, che escluda l’applicabilità al dipendente degli Enti Locali dello “Statuto dei Lavoratori”, tanto che nel silenzio della Legge deve ritenersi applicabile in via generale la norma, dall’altro v’è lo specifico richiamo alla vigenza di esso nei confronti dei dipendenti pubblici (cfr. art. 51, 2° co., d.lgs. 165/01).

Ciò comporta che è sempre stata riconosciuta pacifica la necessità in materia disciplinare del rispetto della procedura indicata nell’art. 7, l. 300/1970.

Il disposto che qui interessa prevede il diritto del lavoratore di avvalersi della procedura conciliativa indicata dal 6° comma, procedura che se in precedenza era impedita dalla sussistenza di disposizioni contrattuali (acc. 23 gennaio 2001 et acc. 23 luglio 2003), ora è pienamente perseguibile atteso il disposto del medesimo art. 7, ove si prevede che “Salvo analoghe procedure previste dai contratti collettivi di lavoro e ferma restando la facoltà di adire l'autorità giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione disciplinare puo' promuovere, nei venti giorni successivi, anche per mezzo dell'associazione alla quale sia iscritto ovvero conferisca mandato, la costituzione, tramite l'ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione, di un collegio di conciliazione ed arbitrato, composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro scelto di comune accordo o, in difetto di accordo, nominato dal direttore dell'ufficio del lavoro. La sanzione disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte del collegio.”.

Nel corso del tempo, però, era intervenuto un parere espresso dal Dipartimento della Funzione Pubblica (nr. DFP 34439 P-1.2.3.3. del 22 luglio 2010) secondo il quale, con una interpretazione tanto unilaterale quanto discutibile, si sosteneva in buona sostanza che, dato che il novellato d.lgs. 165/2001 non faceva alcun riferimento all’art. 7 dello Statuto (dimenticando però e saltando a piè pari il contenuto del secondo comma dell’art. 51 del medesimo d.lgs. 165), questo non fosse applicabile al pubblico impiego “contrattualizzato”.

Nel corso degli ultimi tempi, perciò, la situazione è rimasta incerta, vedendo Direzioni Provinciali del Lavoro che evitavano di entrare nel merito della questione non riscontrando le richieste di costituzione del Collegio di Conciliazione formulate da dipendenti pubblici, ed altre (molto acuta e lodevole quella di Venezia) che ritenevano de plano che il diritto ad opporre il provvedimento sanzionatorio ex art. 7, 6° e 7° comma, Stat. Lav., da parte del lavoratore della pubblica amministrazione non fosse stato minimamente obnubilato dal “decreto Brunetta” ma, al contrario, fosse stato rafforzato avendo eliminato i vincoli “contrattuali” che ne impedivano prima il legittimo esercizio.

Finalmente nella vexata quaestio è intervenuto pochi giorni fa il Ministero del Lavoro il quale, nel riscontrare un interpello di una Organizzazione Sindacale, assumeva – in verità in modo alquanto “sibillino”, almeno avuto riguardo alla capacità intellettiva di certi funzionari degli uffici del personale – l’orientamento secondo il quale la procedura di impugnazione della sanzioni disciplinari ex art. 7, Stat. Lav. è legittimamente esperibile da parte del dipendente pubblico.

Ad una prima superficiale lettura dell’interpello formulato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Direzione Generale per l’Attività Ispettiva, nr. 10/12 del 10 aprile 2012, apparirebbe rilevare assunta posizione contraria da parte del dicastero: nella trappola (ma dobbiamo dire in modo più che giustificato, vista l’esperienza pregressa del 22 luglio 2010) è caduta anche l’Organizzazione Sindacale che maggiormente si è spesa nella difesa del diritto denegato dal Dipartimento F.P., che ha inteso che il Ministero del Lavoro avesse fatta propria la precedente inconsistente tesi contraria.

Infatti il relatore, riprendendo il noto parere del Dipartimento per la Funzione Pubblica nr. DFP 34439 P-1.2.3.3. del 22 luglio 2010, in un primo momento afferma che nell’ambito della normativa sul pubblico impiego di cui al d.lgs. 165/2001, nel testo novellato dal c.d. “decreto Brunetta”, l’abrogazione dell’art. 56( ) aveva comportato il divieto in capo al dipendente pubblico di ricorrere avanti al collegio arbitrale previsto dai comma 6 e 7 dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori.

In realtà tale interpretazione (come palesemente ammesso dalla prassi e dagli stessi uffici) non aveva fondamento alcuno, considerato che da un lato la norma abrogata rimandava alle procedure di conciliazione indicate dal successivo art. 66, e faceva riferimento all’art. 7 cit. solo per relationem nel conferire alla norma primaria, cioè all’art. 66, le “modalità” e gli “effetti” previsti dallo Statuto, e dall’altro perché le disposizioni dell’art. 7 sono norma di carattere generale autonomamente efficace in quanto la sua applicazione al pubblico impiego era (ed è) prevista espressamente dall’art. 51( ), non interessato quest’ultimo dalla riforma “Brunetta”.

Nei fatti invece, ponendovi appena un po’ d’attenzione, a superare l’impasse è la stessa nota ministeriale.

Infatti questa precisa che “Occorre, tuttavia [cioè il termine dà il senso della contrapposizione a quanto in precedenza detto: “al contrario”, “però”, “in contrapposizione a”, …], sottolineare che la l. nr. 183/2010 ha introdotto alcune modifiche in merito alla disciplina della conciliazione ed arbitrato nelle controversie in materia di lavoro.” (cfr. Ministero Lav. e P.S., Dir. Gen. Att. Isp., 10 aprile 2012 nr. 10/12).

Quindi, in buona sostanza, il “collegato lavoro” del 2010 avrebbe “… in virtù dell’abrogazione da parte dell’art. 31, comma 9, degli artt. 65 e 66, d.lgs. nr. 165/2001, le procedure di conciliazione ed arbitrato di cui agli artt. 410 e 412 c.p.c. risultano esperibili altresì da parte dei dipendenti del settore pubblico in relazione alle controversie di lavoro …” (Min.Lav., ibidem).

Ma non solo.

La nota poi prosegue con l’affermare che “Il nuovo tentativo di conciliazione (facoltativo) avendo una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, già citato e di conseguenza la portata generale della disciplina ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti.” (Min.Lav., ibidem).

Ed infine si sofferma nello specificare che “… con particolare riferimento all’art. 412 c.p.c., nella parte in cui consente la risoluzione della lite in via arbitrale, che risulta compatibile con quanto disposto dall’art. 73, comma 1, d.lgs. nr. 150/2009, ai sensi del quale le sanzioni disciplinari non possono essere impugnate di fronte ai collegi arbitrali di disciplina. Quest’ultima preclusione, infatti, attiene esclusivamente a questi particolari organismi arbitrali istituiti presso ciascuna amministrazione.[ in buona sostanza i vecchi “Collegi Arbitrali di Disciplina” considerati dalla seconda parte del 2° comma dell’art. 6 del c.c.n.q. 23 gennaio 2001, n.d.r.]” (Min.Lav., ibidem).

Quindi, dalla nota in esame – la quale, è bene notarlo, non entra minimamente nel merito dell’applicabilità o meno da parte del pubblico impiego allo stato dell’art. 7 Stat. Lav., se non solo facendo un riferimento “storico” d’epoca pre-legge 183/2010 – rilevano tre essenziali elementi:

- il primo che l’abrogazione degli artt. 65 e 66 del d.lgs. 165/2001 non ha minimamente intaccato l’applicabilità norme aventi natura legale (e non contrattuale);

- il secondo che la procedura di conciliazione ex artt. 410 e ssgg. c.p.c. è applicabile al pubblico impiego in quanto norma legale e non sussistendo alcuna preclusione espressa ad essa rinvenibile nel d.lgs. 165/2001;

- ed infine che le condizioni riferibili alle disposizioni contenute nel novellato codice di procedura, in quanto di derivazione legale e non contrattuale, sono applicabili al pubblico impiego assumendo natura di disposizione legislativa di portata generale.

Anche a voler considerare fondate le considerazioni contenute nella nota del Dipartimento per la Funzione Pubblica nr. DFP 34439 P-1.2.3.3. del 22 luglio 2010, esse in ogni caso si basavano sull’abrogazione dell’art. 56 del d.lgs. 165/2001 nella vigenza dell’art. 66, e devono ritenersi quindi – lo ripetiamo, ancorchè condivisibili, ma così non è – superate dalla norma sopravvenuta.

Ora appare evidente che tale tesi viene necessariamente a cadere, considerato che la sua motivazione oltretutto era basata sul rapporto, in negativo, tra gli articoli 56 e 66, rapporto ora non considerabile stante l’abrogazione di entrambi.

Perciò, se è vero quello che sostiene il Ministero, e cioè che una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, d.lgs. 165/2001, e che di conseguenza la portata generale di una norma di specie ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti, è del tutto ovvio che una fonte che è appunto 1 - di natura legale e 2 - di carattere assolutamente generale (cioè i due principi fondanti la tesi espressa dal Ministero) quale è quella contenuta nell’art. 7, co. 6 e 7, dello Statuto dei Lavoratori non può ritenersi disattendibile vuoi per le considerazioni espresse dal Dicastero stesso, vuoi per la precisa disposizione contenuta nel secondo comma dell’art. 51, d.lgs. 165/2001 cit. .
(dott. marco Pasetto)
ufficiale resp. serv. Pol Loc San Donà di Piave
3283131173

Concordo pienamente ...

Concordo pienamente con quanto scritto aggiungendo che, al contrario, questo "vaso di coccio" non è quasi mai considerato dalla stampa quando registra risultati positivi o casi di eccellenza. Quasi sempre si racconta "il risultato" ma mai il processo che ha portato a raggiungerlo.
E' da tempo che sostengo che l'"attrattività dei territori" , termine tanto presente nei documenti programmatici di ogni Regione, Provincia o Comune, significa in realtà competitività delle/tra pubbliche amministrazioni. Secondo la mia idea, la pubblica amministrazione, sta sul mercato tanto quanto un'azienda. La logica quindi che deve accompagnare il processo di crescita dei territori non può non comprendere il parallelo processo di crescita delle organizzazioni pubbliche secondo modelli aziendalistici, in grado di competere con altre realtà amministrative ed avviando, così, un modello di crescita complessiva per l'intera P.A.
Quindi ben vengano questi articoli che sgombrano il campo dai luoghi comuni di sempre ...