ETC 2014

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Rai, molto di tutto e anche di più. Per fartelo pagare... ma poi non è vero niente

passepartoutUn decreto regio che risale addirittura al 1938 (esattamente il 246esimo della serie umbertina, datato 21 febbraio di quell’anno) prova a trasformare il cavallo simbolo della Rai pari pari in quello di Troia, nel tentativo suo di penetrare galoppando - anche con l’ausilio di una serie martellante di spot - nelle nostre case già assediate da una pesante crisi generalizzata. Il tutto per sostenere, francamente, il quasi impossibile: far pagare il canone del nostro ente televisivo di Stato anche a chi possiede pc (basta il monitor!), tablet, videofonini, Ipad ma pure videoregistratori e impianti di videosorveglianza! E fra l’altro, la vera e propria gabella non si vorrebbe applicata solo ad aziende e imprese private e pubbliche, ma anche ai semplici cittadini, e per una semplice e del tutto paradossale ragione: lo stesso decreto antelucano non fa assolutamente distinzione fra queste e quelli, limitandosi a stabilire (cito testualmente) che il versamento riguarda “chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. Stiamo parlando di una cifra che nelle intenzioni della Rai può variare fra i 112 euro classici per il canone annuale per famiglia fino ai 6.000 per le aziende, con tutta una serie di cifre intermedie a seconda delle tecnologie possedute, per nulla di lieve entità.

Ora, che i regi legislatori intendessero che la tassa fosse allora applicata ai soli apparecchi radiofonici (la televisione non c’era ancora, ma lì l’estensione dell’interpretazione, dalla nascita dell’apparecchio in vigore come oggi, ci può stare) e avessero mai potuto per nulla immaginare che cosa sarebbero stato un personal computer quasi un secolo dopo è assolutamente evidente, come è altrettante chiaro che mai avrebbero potuto essere tanto lungimiranti da servire un assist del genere ad un ente di Stato decenni dopo (fra l’altro repubblicano, dal ’48 in poi). Si converrà, il tutto riveste i connotati dell’incredibile e del surreale, e visto che è la rete quella ad essere la più toccata dal “provvedimento”, è stata subito la stessa rete a “rispondere” a quella che viene considerata una tesi impossibile da sostenere, oltre che una vera e propria provocazione. E lo ha fatto proprio con l’arma della contro-provocazione, usando twitter per far giungere – diciamo così – il fermo e democratico dissenso all’iniziativa. Usando un hastag che tutti possono ritrovare e adottare (e che qui evitiamo di citare, ma che è facilmente reperibile) la comunità del tweet si è scatenata, e la creatività è esplosa, di pari passo con la (giusta, ci sentiamo di affermare) rabbia ed incredulità. Levate di scudi bipartisan si sono alzate anche dai partiti, dalle associazioni di consumatori, dalle imprese; unico silenzio assordante fino ad ora è quello del Governo e in particolare del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera: in fondo, spiegare come sia trasparente e giusta una forzatura economica del genere (che è stato calcolato potrebbe comportare fino a un miliardo di euro in insperati introiti) non dev’essere impresa facile per nessuno. Ma non ci si disperi: magari è solo questione di tempo e prima o poi qualche bocca ufficiale si scucirà, e non potrà far altro che profferire parole d’equilibrio.

In attesa di chiarimenti e sviluppi sull’argomento c’è comunque da sottolineare che la Rai di questi giorni si sta facendo notare per una insolita e variegata vitalità. Passando velocemente sulla notizia recentissima che con un contratto da precario (e a partita Iva) una lavoratrice incinta può essere licenziata su due piedi (chissà se la direttrice generale Lorenza Lei, sposata e con un figlio, quando è stata assunta nel 1997 nella nostra azienda radiotelevisiva ha vissuto un periodo di precariato e ha mai dovuto temere per il suo posto di lavoro nel periodo della gravidanza), un’altra chicca è venuta alla luce nelle ultime ore. Avete presente le “imperdibili” performances di Adriano Celentano al Festival di San Remo appena concluso? Volete forse riviverle a posteriori per provare brividi di piacere mentre l’improbabile tele-predicatore premiatissimo dall’Auditel sorseggia acqua minerale per riprendersi dall’ultimo sproloquio e cogitare faticosamente sul prossimo? Bene, se ne avete intenzione sappiate che non potete farlo, per la semplice ragione che la Rai – che produce San Remo - non ha acquistato i diritti da Celentano stesso! Se non ci credete potete andare sul sito e rendervene conto di persona leggendo la didascalia ben evidente sotto il video. Ergo: vista questa gravissima e intollerabile mancanza cultural-editoriale, quasi quasi viene voglia di protestare vibratamente e affermare che a queste condizioni non si paga il canone per le nuove tecnologie che ci vuole adesso essere imposto, proprio no! E che qualcuno provi a obbligarci: minacceremo di chiamare in tv l’Adriano nazionale (gratis, però: altri 350mila euro dei nostro soldi impediremo alla Rai di scucirli) per difendere i nostri diritti di tele-utenti. Poi avremo anche la lungimiranza  di chiedere al nostro paladino la liberatoria per poterlo poi rivedere con calma in rete, e magari anche dal mezzo hi tech che più ci aggrada. Costi (ma si fa per dire, eh?) quel che costi! 

AGGIORNAMENTO del 22 febbraio

Un comunicato stampa diffuso dalla Rai chiarisce che dopo un confronto con il Ministero dello Sviluppo Economico "non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone. [...] Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore. ". Una ulteriore prova della forza della rete?
leggi il comunicato stampa

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