Editoriale
Per favore non ripartiamo da zero! Un elenco di cinque cose da tenere e cinque da buttare di questi tre anni e mezzo di riforma
Chiunque ha avuto l’avventura di leggere quel che scrivo da vent’anni sa che dico sempre quel che penso e che ho raccontato con terzietà, a volte serena a volte arrabbiata, il bene ed il male di ormai quattordici governi. Mentre quindi mi accingo a conoscere con tenace speranza il quindicesimo Governo, mi sento libero di esprimere la mia perplessità di fronte al rischio di dover ricominciare ancora una volta daccapo e trovarmi di fronte all’ennesima riforma del secolo della PA, che fa tabula rasa di tutto quel che c’era prima. Perché una volta tanto non proviamo a costruire su quel che abbiamo fatto in questi anni? Non siamo all’anno zero e non possiamo permetterci di ricominciare da zero. Proviamo allora a fare un gioco e a indicare cinque cose da tenere e cinque cose da buttar giù dalla torre nel processo di riforma di questi tre anni e mezzo.
Di quel che c’è da fare di nuovo abbiamo già parlato nell’editoriale mio e di Mauro Bonaretti della settimana scorsa che, senza sospettare l’accelerazione che avrebbero avuto gli eventi, disegnava quasi un programma, non epocale ma fattibile, della riforma della PA ad uso del prossimo governo. In questa stessa linea, sia pure con qualche differenza, si pongono le tesi della “Associazione Classi Dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni” uscite dal loro decennale celebrato qualche giorno fa a Taormina. Di cose da fare subito riparleremo poi ancora dopo la chiusura del contest di idee “La tua idea per una PA migliore” [c’è tempo sino adomani per proporre la propria idea] e la divulgazione, in una pubblicazione dedicata, delle 100 idee più interessanti tra quelle che avete proposto.
Ma torniamo al nostro gioco della torre: ecco le mie dieci cose. Non entro in dettaglio perché appunto è quasi un gioco (ridentem dicere verum quid vetat ?[1], diceva però Orazio): tanto siete tutti di casa e abbiamo parlato così tante volte di questi concetti che mi si è seccata la lingua. Ovviamente le cose che terrei, così come quelle che butterei via sono ben di più, ma se non c’è la scelta che gioco è?
Quel che terrei
1. La performance, la misurazione e la premialità: ossia il nucleo centrale del d.lgs 150/09. Per la prima volta in forma chiara e non fumosa queste parole sono entrate nella legislazione italiana. Vediamo di non farle uscire. Non hanno prodotto i frutti che speravamo? Attenzione a trarre da qui le conseguenze: ci troviamo di fronte al vizio ahimè ben noto (pensiamo alla legge Basaglia sui manicomi, tanto per dirne una) di mettere una riforma nella condizione di non funzionare e poi dichiarare che era sbagliata e velleitaria.
2. La nuova concezione della trasparenza come “total disclosure”, dopo l’arroccamento difensivo che avevamo visto sul diritto all’accesso è stata una bella conquista. Ora abbiamo dati che solo qualche anno fa erano mistero assoluto: dalle auto blu ai permessi della L.104, dalle assenze agli stipendi e ai curricula dei dirigenti. Non è tutto, ma non è poco. Abbiamo poi definizioni coraggiose e direttive stringenti su quel che le amministrazioni devono pubblicare. Occhio a che siano applicate.
3. La semplificazione amministrativa per le imprese. Non tutto è stato fatto, ma sono state intraprese strade nuove e nella giusta direzione: il principio di proporzionalità negli adempimenti amministrativi, la misurazione degli oneri, la politica dell’ascolto delle imprese (direi concertazione se non fosse diventata stupidamente una parolaccia) sono novità che non possiamo perdere. Certo si deve fare di più e meglio, ma non cambiamo strategia per favore.
4. La responsabilità dei dirigenti indicata a chiare lettere nella riforma. Non è essere contro il sindacato dire che un dirigente deve poter valutare, deve poter organizzare le risorse spostando ruoli e compiti a secondo del suo giudizio e della sua professionalità, deve poter muoversi con la libertà (e con la responsabilità e gli obblighi) di un datore di lavoro. Certo dobbiamo essere vigili su come questi dirigenti sono scelti, ma anche lì mi pare che la via costituzionale dei concorsi e dei concorsi puliti sia quella indicata e anche l’unica praticabile.
5. La digitalizzazione, i diritti digitali, le azioni, seppure appena iniziate, verso gli Open Data. Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale ha certo difetti, ma sancisce chiaramente dei diritti e delle condizioni perché siano fruibili. Le azioni di e-government intraprese non sono state di sistema purtroppo, ma hanno comunque indicato una strada: pensiamo solo ai milioni di certificati medici cartacei spediti per raccomandata in meno. Il portale www.dati.gov.it non arriva certo primo al mondo, ma è arrivato. Non ci fermiamo.
Quel che butterei giù dalla torre
1. La considerazione che la riforma della PA serve a far cassa, piuttosto che a fare equità e sviluppo. Certo una PA riformata costa meno e fa di più, ma l’enfasi deve essere sempre sulla qualità e quantità dei servizi, sulla garanzia dei diritti, sulla capacità della PA di “governo con la rete” per orientare verso la crescita del benessere e del capitale sociale tutte le forze della società, interne ed esterne al perimetro pubblico.
2. Il blocco del turn-over che ha impedito ai giovani di entrare nell’amministrazione rendendo impossibile una vera ventata d’innovazione e facendo dell’Italia la PA più vecchia del mondo.
3. I tagli lineari sui fattori di successo dell’innovazione: limitare drasticamente la formazione, la comunicazione e la consulenza proprio quando è necessario un coraggioso reengineering della macchina pubblica è così stupido che non merita neanche di essere discusso.
4. L’enfasi maggiore data, soprattutto nelle dichiarazioni, alla valutazione individuale rispetto a quella organizzativa che ha portato simbolicamente a preferire i tornelli piuttosto che la motivazione e che ha condotto ad una sostanziale sensazione di reciproca sfiducia tra la politica e i dipendenti pubblici. Le riforme possono essere fatte solo se ci si sente in squadra, se ci si alza la mattina per andare a lavorare avendo chiaro che si partecipa ad un’impresa comune, se la motivazione e il comune obiettivo, nella fiducia reciproca, diventa il leitmotiv di qualsiasi comunicazione, anche quella del ministro.
5. Il blocco conservatore che si è coagulato, soprattutto ma non solo, attorno a Via XX settembre[2] (e in parte a Palazzo Chigi) e ha impedito in forma bizantina, con la scusa del risparmio, la reale attuazione di una riforma che non solo non sarebbe costata, ma avrebbe distribuito in modo più mirato le risorse.
Tanto altro andava fatto e non è stato fatto: a cominciare da una coraggiosa opera di innovazione istituzionale che portasse a tagliare rami secchi e a chiedersi ogni volta a che serve un’organizzazione pubblica e perché i cittadini la dovrebbero pagare. Ma questo è un altro gioco.
E ora a voi: quali sono le vostre cose da tenere e quali quelle da buttar giù dalla nostra torre?
[1] Cosa mai può impedire di dire la verità ridendo? Orazio, Satire, Libro I, 1, 24
[2] per i non romani a Via XX settembre c’è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che ha rifiutato per quasi due anni di essere coinvolto nel processo di riforma intrapreso con la L. 150/09.
Vedi anche
- Quando l’efficienza è un boomerang
- La PA di Patroni Griffi: ecco i programmi del governo per l’amministrazione pubblica
- Idee per una PA migliore. "La PA a scuola"
- La semplificazione semplificata
- Dieci proposte per innovare la pubblica amministrazione (in modo rapido e fattibile)
- Relazione al Parlamento sullo stato della Pubblica Amministrazione 2010 - 2011
- Certificati sì, certificati no
- Trasparenza nella Pa: La sfida dell'integrità - on line gli atti
- I risultati della riforma a FORUM PA
- Il filo rosso dell'innovazione nella riforma: a che punto siamo?

















Commenti
responsabilità personale
Finché in Italia non sarà introdotto un meccanismo, come nei paesi civili, che permetta al cittadino di segnalare inefficienze e illegalità e che obblighi la magistratura a intervenire individuando i responsabili e facendoli pagare, tutte le riforme saranno un bla-bla, anzi lo sono, è un fatto e non un opinione.
Performance
Quella sulla valutazione individuale non è soltanto un'enfasi posta sul tema della performance. In realtà la cultura organizzativa e gestionale del 150 non è centrata sulla dimensione organizzativa. Se si imposta un modello di valutazione sul presupposto di fare la guerra a qualcuno, oggetto della valutazione è qualcuno e non l'azione amministrativa. Mi spiace, ma del 150 possono salvarsi alcuni elementi relativi alla valutazione come sistema e come processo, ma per il resto mancano le basi perchè essa sia efficace come riforma. Del resto anche le elaborazioni della Commissione riprendono modelli del public management e nulla di più.
lo spoil system
io butterei nquesto spoil system, grave stress organizzativo che penalizza persone e professionalità a vantaggio di visioni molto parziali delle funzioni dirigenziali che invece servirebbero al paese e alla Amministrazione.
Continuità e scelte professionali sono valori superiori a fedeltà; anche nel privato si cambia e si cambia traumaticamente se del caso. ma questo a fronte di fatti, risultati o fallimenti.
Quindi lo spoil system o si allinea anche nel pubblico alla concretezza delle capacità espresse, oppure non può che danneggiare ulteriormente l'assetto delle organizzazioni
editoriale 14 novembre 2011
L'unica cosa che terrei, da dirigente, è la "responsabilità dei dirigenti", intesa però in positivo, come diritto/dovere di agire e di rendicontare su tutti i processi gestionali di competenza, non come affannosa e greve sensazione di essere i portatori di tutti i peccati del mondo. L'attuale, inestricabile giungla di norme, rigogliosamente cresciuta negli ultimi "tre anni e mezzo di riforma" per innovare la pubblica amministrazione (sfido chiunque a pubblicare un elenco completo delle disposizioni vigenti in materia, tra manovre e manovrine, estive, autunnali, notturne, quaresimali, ecc.) è tale che ogni azione richiesta "per legge" ai famigerati dirigenti sembra finalizzata a dover dimostrare più la "irenica verginità" dei medesimi che una reale competenza, ovviamente in "total disclosure". Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a fare, non dico una "buona" comunicazione, ma una "giusta" comunicazione sulla dirigenza pubblica, visto che chi avrebbe dovuto farlo istituzionalmente non lo ha mai, dico mai, fatto. Mi è piaciuto, invece, per molti versi, l'editoriale di Bonaretti e Mochi Sismondi della settimana scorsa. Basta con le "riforme epocali" (direi anche "basta con le chiacchiere"), concentriamoci su un programma fattibile di miglioramento della pubblica amministrazione la quale, come ben sanno le persone intellettualmente oneste, NON STA MAI FERMA, anche grazie alla tanto vituperata dirigenza. Certo, non tutte le pubbliche amministrazioni sono progredite allo stesso modo, né tutte hanno ruoli e perimetri perfettamente disegnati (e/o aggiornati). Ma allora, concordando pienamente con il suddetto editoriale, con un approccio "no frills" cominciamo seriamente e analiticamente a definire CHI FA COSA E PERCHE', avendo ben chiaro (sic!) cosa, questo Paese, vuole fare da adulto. Grandi cose si potrebbero fare, anche con piccoli passi, senza criminalizzare nessuno. Parlo, infatti, di processi fisiologici, la patologia va trattata in altro modo.
Bernardo Coccoli
C'è ancora tutto da fare, altro che reiniziare!
E' triste quando un osservatore attento come lei, Mochi Sosmondi, si distragga a tal punto da diventare l'eco del "Ministro".
Lei ha già dipinto una realtà in cui, chi può, fa un "buffetto" al Ministro con il laconico "ragazzino, lasciami lavorare" ed è questa la triste realtà che è necessario superare con NUOVE iniziative concrete, tuttaltro rispetto alle tenui inziative adottate.
Si dice di dover salvare il d.lgs 150/09 ma, in realtà nulla è cambiato, così come nulla si è semplificato (la PEC ha portato solo complicazioni ancora non risolte, cito a memoria casi di comunicazioni dalle ambasciate ancora "sigillate" nei comuni di destinazione) e l'iniziativa "Open Data" ha del "paradossale" quando, ancora il nuovo regolamento INA tarda a venire, la circolarità anagrafica (INA_SAIA) è ancora un sogno ferocemennte osteggiato e l'autostrada SPCoop è transitata solo da carri trainati dai buoi.
Già sento la sua replica "eccolo, il solito disfattista" ... ed allora provo a replicare presentandomi che sono un dipendente pubbico che ha cercato per tanti anni di essere uno "zappatore-innovatore" ovvero cavalcare l'innovazione nel silenzio, dal basso delle attività concrete e che ora, ormai deluso e sfiduciato, rivendico il diritto di intervenire, anche facendo qualche proposta:
1) Rafforzare (selezionando personale idoneo e dando obiettivi concreti e misurabili) e non smantellare la struttura Formez-DigitPA al fine di guidare seriamente l'innovazione di concerto con gli enti locali/territoriali ovvero producendo decreti attuativi e regolamenti concreti per sviluppare i punti seguenti-
2) Stabilire obiettivi concreti e misurabili alle amministrazioni centrali e locali, facendo riferimento a regolamenti e decreti puntuali che definiscano indicatori di performance su delle linee programmatiche specifiche. Definire quindi una classifica nazionale di performance dalla quale erogare gli inventivi a cascata. Le PA devono a questo punto ribaltare all'interno il modello lasciando poco spazio al clientelismo.
3) Inserire prioritariamente, negli obietti di performance, il completamento dei percorsi innovativi annunciati mai completati come, ad esempio:
- Protocollo Informatico ed interoperabilità (indicatori: % documenti scambiati in interoperabilità e via PEC)
- Dematerializzazione e conservazione sostitutiva (ricordo che stiamo aspetando ancora le nuove regole tecniche) (indicatore: % documenti dematerializzati, documenti)
- Circolarità Catasto ed Anagrafe, anche AIRE (indicatore: Numero informazioni scambiate)
- Pubblicità legale on-line (Albo pretorio ... a che punto sta?)
Come vede, non c'è da reiniziare da capo ma credere e perseguire nell'innnovazione e non nel fermarsi al clamore degli annunci "roboanti". Altrimenti, poi, anche gli zappatori, a tutti i livelli, seguiranno l'esempio dei loro capi e strateghi (spesso anche premiati da FORUMPA) e non potranno produrre alcunché di concreto.
Cordialità
Massimo T.
La strada è lunga ma si può intraprendere
Sono d'accordo con il commento di Massimo in quanto penso che molti di noi abbiano cercato da anni, sicuramente molto prima che intervenissero le famigerate riforme dell'ultimo triennio, di rivestire il ruolo di "zappatore-innovatore" portando avanti attività concrete che potessero contribuire al cambiamento partendo dal "basso". Vero è che senza strumenti di intervento tangibili, molte delle azioni non possono essere portate avanti con la necessaria incisività.
Un esempio per tutti: come può un cosiddetto dirigente riuscire a realizzare i propri obiettivi (laddove siano stati definiti ...) senza poter disporre di mezzi di incentivazione (o penalizzazione) nei confronti del personale in forza alla propria struttura? quali dovrebbero essere le leve da utilizzare per supportare il cambiamento laddove, nella quasi totale maggioranza delle amministrazioni pubbliche, si continua ad assistere alla premiazione indistinta di coloro che hanno trovato protezione sotto le ali dei pretoriani del Direttore Generale di turno o all'ombra del sindacato accondiscendente?
Sì alla responsabilità del dirigente laddove questi possa anche disporre di quanto necessario sia per decidere quali siano le azioni da intraprendere che per spronare ad una maggiore/migliore produttività le risorse umane delle quali può avvalersi.
Saluti
Diana B.
buttare dalla torre
Con Mochi Sismondi sono d'accordo sul buttar via il blocco turn over e i tagli lineari, e suggerirei di buttare dalla torre anche la dirigenza che occupa solo la poltrona e non dirige nulla, poichè in molti casi delega il lavoro da fare senza partecipazione e quindi non facendo squadra; con Massimo T. concordo su quasi tutto perchè conosce come me, dal punto di vista dell'impiegato, il lato pratico e non teorico dei problemi esistenti nella pubblica amministrazione. Lasciamo poi ai posteri la premialità che quasi mai sarà data per merito, ma per palese mancanza di obiettività verso i reali meritevoli
buttare dalla torre
le resistenze ci sono ma si nutrono della consapevolezza dell'assenza di un sistema sanzionatorio immediato ed efficace che colpisca quelle sedi e quei dirigenti inadempienti. Mancano controlli a sorpresa, non c'è un sistema che garantisca che l'esito dei controlli non sia...addomesticato, manca un rigore nell'attività ispettiva per sanzionare uffici e dirigenti che con indolenza ritardano la semplificazione (vedi pec), non usano o sottoutilizzano le potenzialità dell'informatica. Insomma un nucleo ispettivo indipendente e dinamico che abbia potere sanzionatorio a 360 gradi non sulla carta...ma si muova dal centro per spostarsi in periferia e acuisca la percezione che prima o poi...si paga. potenziare insomma il servizio ispettivo garantendo poteri di penetrazione effettivi negli uffici. Complicità e resistenze di vario genere sono superabili purtroppo solo così. Avendo svolto attività di audit... la garanzia del funzionamento è data dalla efficacia del sistema di verifica non della corrispondenza dell'atto alle formalità, ma all'efficacia dell'azione.
concordo pienamente...posso
concordo pienamente...posso solo esprimere la MIA speranza che non si riparta da zero e si faccia tesoro di tutte le esperienze belle e importanti che ci hanno fatto crescere in professionalità...guardando anche agli errori,cosa indispensabile, ma...per fare meglio e non come giustificazione al cancellare tutto con un colpo di...cancellino (io che faccio la maestra cerco di non usarlo più...ho imparato a usare la LIm) :-)
Due proposte
Fossi la PA, mi preoccuperei di:
1. Pormi realmente AL SERVIZIO DEL CITTADINO, ovvero:
- Non veicolare le richieste entro le procedure e/o preoccuparsi dei tempi e dei costi interni alla PA;
- Ma rivedere a fondo le procedure dal punto di vista di chi viene a fare richieste, preoccupandosi dei tempi e dei costi totali di sistema (inclusi quindi i tempi attesi, e i costi subiti, da parte dei cittadini).
Un esempio banale, veramente piccola cosa, che però farebbe risparmiare tempi e costi a tutti:
- Visto che esiste l'assurda prassi di richiedere 26 centesimi di diritti, spostare la stampa dei certificati richiesti presso gli sportelli da questi alla cassa;
- Il solo fatto che gli operatori di sportello non dovrebbero più attendere i tempi di stampa consentirebbe un significativo risparmio di risorse (30% nel caso di un Municipio di Roma);
- Dal canto loro, i cittadini troverebbero una coda più veloce, completata da un ordinato e veloce ritiro alla cassa.
2. Contribuire a REALIZZARE QUELLO CHE SERVE ( saperi.forumpa.it/relazione/dare-la-fibra-proprieta-allutente ).
Un esempio molto serio, veramente una cosa grossa:
- Per poter costruire una rete di accesso a larga banda di nuova generazione in fibra ottica, su tutto il territorio nazionale, servono circa 12 miliardi di Euro;
- Il denaro è disponibile presso gli utenti (che diventerebbero proprietari dell'ultimo miglio, mettendo in reale concorrenza gli operatori all'altro capo della fibra), nella forma di canone telefonico in eccesso rispetto agli oneri di manutenzione (150Euro/anno x 20 milioni di famiglie e imprese x 4 anni);
- Il tutto -- spiegato ai cittadini dai media e voluto dalla politica (troppi interessi ostano al progetto, ovviamente...) -- andrebbe poi organizzato dalla PA, con:
. La definizione di un catasto aggiornato dei cavidotti disponibili, di ogni tipo;
. La messa a disposizione coatta di ogni tipo di cavidotto utile;
. L'individuazione di edifici di prima commutazione cui attestare le fibre degli utenti, uguali per tutti gli utenti di ciascuna zona e per tutti gli operatori interessati a fornire servizio;
. La predisposizione di gare d'appalto per isolato, quartiere o Comune, sia per i lavori di posa sia per il supporto finanziario (perché non mettere in concorrenza anche le banche?);
. La schedulazione ordinata degli scavi;
. ecc.;
. Non ultima, l'equalizzazione dei costi fra aree favorite e disagiate, a livello di Comune, Provincia, Regione e paese.
Butto una sola cosa
Mi scuso in anticipo se non partecipo al gioco in modo pieno. Sono sostanzialmente d'accordo con le cose da tenere, ma io ne butterei fondamentalmente una, che forse è la più difficile da buttare in Italia.
Il concetto di "Dirigente" che c'è oggi nella PA.
Purtroppo io mi annovero nell'elenco dei giovani dirigenti della mia amministrazione, ma critico con ferocia il modo di essere dirigente oggi.
Esiste un solo metodo per valutare l'azione di un dirigente: il raggiungimento degli obiettivi.
Dove sono oggi gli obiettivi? Dove sono gli strumenti di valutazione?
Ma del resto cosa si deve pensare di un sistema che ricicla i propri dirigenti nell'idea assurda che se hai fatto male di qua non è detto che tu debba fare male anche di là.
Vedere un direttore generale, continuare a fare il direttore generale presso un'altra amministrazione, a prescindere da quello che ha "combinato" fino ad oggi è il fallimento dell'idea di "dirigenza".
Un dirigente è colui che prende decisioni, imposta stategie, viene premiato per i risultati che ottiene o viene cacciato (sottolineato due volte) se sbaglia. E dovrebbe assumersi anche le proprie responsabilità, pagando di tasca sua i propri errori!!
Cominciamo a ridurre la convenienza di essere dirigente (del resto gli imprenditori si caricano il cosidetto "rischio di impresa"; dovrebbe esistere un "rischio di dirigenza" che bilanci in parte i nostri stipendi): potremmo ottenere il risultato incredibile che qualcuno, pensandoci bene, preferisca restare soldato piuttosto che caricarsi i rischi dell'essere "ufficiale" (soprattutto se dubita delle sue capacità).
Concordo pienamente... e aggiungo:
Sono anche io un giovane della P.A. laureato in materie gestionali ed aggiungo, concordamente con quanto già espresso egregiamente dall'amico Gianluca G., che nonostante la drammaticità del momento, nessuno si è reso conto che il risultato del "dirigere" è l'aver "gestito bene"! Altrimenti non dovresti diventare dirigente! Dico questo perchè "nessuno" e sottolineo "nessuno" viene punito o, quantomeno, additato, come responsabile della mala gestione. Esistono strumenti gestionali (classici e semplici, per arrivare a quelli di natura ingegneristica per l'uso dei quali si pretende una preparazione più accurata) che farebbero della P.A. un'azienda perfetta, se non fosse per questa ruggine che copre le malefatte tradizionalmente inosservate della dirigenza vecchio stampo. Come ben dice Gianluca, chi non ha gestito bene NON deve proseguire il suo cammino professionale!! In questo modo viene vanificato il dettato sul buon andamento ... Il dirigente che ha mal gestito deve obbligatoriamente essere messo da parte e lasciare il passo agli altri. Io sono un piccolo e silenzioso operatore, e dal basso vedo delle cose assurde; mi son trovato a parlare di tecniche per il controllo di gestione con dirigenti che guadagnano 10 volte quello che guadagno io e mi hanno guardato come un extraterrestre, rompi scatole e presuntuoso!!! E il non poter contrastare la loro poca professionalità gestionale, umilia il mio essere tecnico. I dirigenti posso essere valutati con una miriade di strumenti, tutti validi in egual maniera; ma nessuno di questi strumenti è stato adottato (e se è stato fatto, sicuramente, qualche correttivo al metodo si sarà concordato).
Non me ne vogliano tutti i dirigenti che leggeranno questo post, ma lo stato dell'arte è questo; e come sempre, parlano i fatti (e soprattutto i brutti numeri legati a obiettivi farlocchi = sprechi = taglio alla spesa = meno servizi all'utenza); penso sempre a mia nonna disabile, che prima poteva essere accompagnata dal servizio pubblico del suo Comune ed oggi non più per i motivi di cui sopra.
La parola d'ordine, da oggi, dovrebbe essere "saper gestire" (prescindendo dal dirigere, ovviamente).
Giusta osservazione Gianluca, mi unisco a te concordamente.
ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO
Assolutamente d'accordo (il commento è obbligatorio, dice la procedura, ...informatica, ma di origine PA; a me bastava l'oggetto).
Solo spunti di riflessione e non critiche, please!
Mi spiegate a che serve e a chi serve fare i "disfattisti"?
Bisogna valorizzare ciò che si è conquistato considerando sempre le norme una risorsa e non un limite.
Non riusciamo a capire "noi comuni mortali" tutti i potenziali "giochi di potere" .... e non crediamo nelle bacchette magiche ...
Però consentitemi queste domande:
Come non si è riflettuto sul fatto che si poteva avere una DONNA PREMIER?
Neppure alle donne intervistate dai media è venuta questa idea?
E' stata diffusa questa idea ed io non me ne sono accorta?
E la Germania cosa ne pensa, ad esempio?
E l'Europa, o fuori le frontiere?
Ameno un "vice-premier" che ne dici Napolitano ... anche "free-of-charge"? :-)
Solo spunti di riflessione e non critiche, please!
Perdonate le domande e ad maiora
riflessioni
come si può pensare di non buttare ciò che è stato prodotto con la sola unica intenzione di apparenza e non di sostanza? forse poteva essere diversamente quando il massimo rappresentante della PA è dell'avviso che i dipendenti pubblici sono dei fannulloni? Fare una analisi veritiera non vuol dire essere disfattisti ma semplicemente partire dai problemi di sostanza e non di apparenza, cosa questa che ha contraddistinto questo governo in ogni ambito e la crisi che stiamo pagando dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che quando non si centra il problema nella vera essenza i risultati non possono venire. Quando Bassanini riformò la PA il suo agire fu proiettato verso il concreto e non verso l'effimero, come i brevi e apparentemente importanti discorsi della durata di pochi secondi, quelli durante i quali la luce rossa della telecamera riprendeva l'intervistato. Indifendibile su tutta la linea questa riforma perché sbagliati sono stati i presupposti, ovvero le fondamenta della costruzione. Lavorando nella PA da oltre 30 anni e in diverse realtà geografiche, mi sono accorto che l'efficienza non aspettava l'avvento della propaganda ma era già in essere da qualche decennio. Il problema è tutto legato alle abitudine del contesto sociale, economico e politico in cui il tale ufficio si trova ad operare. Il punto di partenza, quindi, non è la riforma della PA ma del sistema politico, che vede il ruolo non come un servizio verso la collettività ma come un periodo, più o meno lungo, durante il quale si potrà esercitare ed allargare il potere insito nel ruolo, quello politico, che in Italia ha subito delle malformazioni genetiche da molti decenni.
Senza un cambio di visione della politica in Italia fare riforme come quella della PA, che investe tutto il Paese perché interessa tutti i cittadini, senza distinzione alcuna di ceto sociale, religione e razza, continuerà ad essere l'ennesima penitenza da far pagare al soggetto più debole della catena Stato.
Per questo ritengo che il primo passaggio debba essere quello di includere nella categoria della Pubblica Amministrazione anche la classe politica, ad ogni livello, con la sola esclusione del Presidente della Repubblica, organo di garanzia super partes.
Così facendo chiunque tra i cittadini, dalla Valle D'Aosta alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna, decidesse di dare il proprio contributo alla crescita della Società, del Paese, della Nazione in cui è nato,vive e lavora, sarebbe il primo garante dell'efficienza della Pubblica Amministrazione, al servizio della collettività, al servizio di se stesso.
Da questo punto di partenza tutti i problemi ancora presenti nella PA e in Italia andrebbero gradualmente a sparire e questo diventerebbe davvero un Paese che potrebbe tornare a svolgere quel ruolo nel mondo che ha sempre avuto.
Il resto sono interventi sporadici e privi di una visione globale, la sola che può consentire di affrontare e risolvere i problemi della PA e del Paese. Interventi che servono ad alimentare e far vivere questo sistema, che è il principale artefice dei tanti problemi dell'Italia e che, gettando fumo negli occhi dell'opinione pubblica, che certo non è fatta di carne come il singolo lavoratore che da decenni è destinato a portare il peso di scelte ingiuste e ingannevoli, alimenta gerarchicamente questo sistema che elargisce, con le dovute gradualità, dosi di potere che alimentano ulteriormente la macchina infernale che si nutre del cibo derivante dall'ingiustizia e dall'ineguaglianza.