Editoriale

Capitolo 1. Fare rete! - Lo scenario di FORUM PA 2011

Articolo del dossier 2011, FORUM PA nella Rete

Eccoci di nuovo a confrontarci sui temi da proporre alla riflessione comune nel prossimo FORUM PA del maggio 2011.
Quest’anno la situazione nazionale e internazionale è particolarmente complessa e diventa sempre più urgente chiederci, al di là delle prese di posizione preconcette, quale possano essere le strade per “acchiappare” una ripresa che sembra allontanarsi man mano che la rincorriamo. In questo contesto ci è sembrato impossibile cavarcela con qualche slogan o con un solo pensiero unificante: vi proponiamo, quindi, a cominciare da questo articolo, un percorso in più tappe intorno all’idea guida del “governare con la rete"[i] . Questo primo articolo “aperto” si propone di delineare lo scenario e la nostra tesi interpretativa con i suoi valori e i suoi attori. Seguiranno altri quattro “capitoli” dedicati rispettivamente al nuovo modello organizzativo, alle reti territoriali, al compito di “fare rete” con i cittadini, alla cultura dell’open government e degli open data. Infine daremo a voi la parola con un sondaggio di “PanelPA” [per saperne di più su questo strumento potete consultare la pagina dedicata, sul nostro sito] in cui vi chiederemo di indicare quelli che per voi sono i rischi, le opportunità, i punti di forza e di debolezza del “fare rete”.
Il risultato di questo lavoro sarà, speriamo, non solo il programma di FORUM PA 2011, ma anche un pensiero condiviso che possa aiutare l’amministrazione pubblica a “sbloccarsi” e a fare di più e meglio spendendo meno.

1° capitolo: Lavorare insieme per un’innovazione distribuita, empatica e collaborativa.

Il ragionamento è lineare e spero chiaro, ma non brevissimo: conto sulla vostra pazienza.

1 - Le nostre tesi

In pillole il ragionamento che guida la nostra analisi si svolge su questi punti:

  • Mentre in tutte le economie occidentali si sta cercando di rispondere alla crisi con un’iniezione di innovazione, in Italia l’innovazione latita sia nelle azioni politiche, sia nell’attività imprenditoriale;
  • L’innovazione che c’è non è frutto di grandi progetti-Paese, che mancano completamente, ma nasce dai territori ed è spesso orientata ad incrementare la qualità della vita delle comunità locali;
  • Ed è proprio dalle comunità e dai loro “beni relazionali” che può ripartire uno sviluppo dal basso, che deve, però, necessariamente trovare spazio in una politica nazionale dell’innovazione;
  • In questo processo di “messa in rete” dell’innovazione sono attori necessari la politica, l’amministrazione con i suoi dirigenti e i suoi impiegati, le imprese, i cittadini; il government (politica + amministrazione pubblica) non può esimersi da svolgere un compito di regia, ma deve farlo orientando l’innovazione all’effettivo incremento dei “beni relazionali”.

 

2 - Un anno dopo.

Nell’autunno dell’anno scorso avevamo proposto in un editoriale, come tema del FORUM PA 2010, il titolo del bel libro di Jaques Attali “La crisi, e poi?”[ii], per stimolare una riflessione su quale Paese volessimo che uscisse dalla crisi.
Allora infatti, ahimè, ci sembrava prossima l’uscita dal tunnel. Oggi, che sappiamo che la ripresa sarà molto più lenta e meno prevedibile e che questa fase comporterà ancora molto disagio sociale, ci chiediamo, nel proporre il tema di FORUM PA 2011, se per caso non dobbiamo avere più coraggio nel guardare la situazione, nel definire i fini che vogliamo proporci e gli strumenti a nostra disposizione per “sopravvivere alle crisi”[iii].

Come è sotto gli occhi di tutti infatti dalla crisi non siamo ancora usciti: disoccupazione, stagnazione dei consumi, in specie di beni durevoli, crescita nulla o molto bassa sono segnali inequivocabili. 
Se questo è in generale fonte di grande preoccupazione, d’altra parte avevamo detto chiaro che ad uscire dalla crisi così come ci eravamo entrati, a tornare come prima, non ci tenevamo affatto. Si apre, quindi, una fase di riflessione che potrà anche essere positiva se sapremo cogliere nei fenomeni e nei grandi trend internazionali le ragioni per un profondo cambio di paradigma, che proponga un diverso modo di intendere la crescita e lo sviluppo.
Perché in fondo cosa vogliamo che cresca? Non certo solo il PIL, che incide nella vita di ciascuno di noi in modo assai ambivalente[iv], ma piuttosto la nostra felicità. E a dire il vero di questo comincia ad accorgersene, con qualche timidezza, anche la scienza economica (la scienza triste la chiama Krugman[v]).

La nostra tesi, quindi, è che oggi sia necessario un nuovo punto di vista che ci faccia mettere al centro temi e potenzialità che per ora sono solo marginali nella riflessione politica. Stiamo parlando di cose come la capacità di fare rete, la consistenza e la qualità dei beni relazionali[vi] del Paese, la coesione sociale e con essa la capacità delle comunità di reagire alla crisi in forme non competitive, ma collaborative e solidaristiche.
In questa riflessione non siamo soli: economisti, filosofi, politologi e gli stessi studiosi dell’innovazione tecnologica pongono sempre maggiormente al centro dei loro studi, e anche delle loro speranze, la ricchezza delle relazioni sociali.
Uno sguardo attento alla realtà del Paese, che superi gli stereotipi e si stacchi dai palazzi, non può, inoltre, non vedere che la crisi si supera meglio, o almeno si sopporta meglio, dove la qualità della vita è alta, perché è alta la qualità della rete sociale, resa possibile non solo dalle amministrazioni pubbliche e dalle istituzioni, ma anche dal tessuto delle relazioni che rende possibile ed efficace la partecipazione dei cittadini e dei soggetti economici profit e non-profit.

 

3 - L’economia della felicità.

Numerosi e importanti studi si sono susseguiti negli ultimi anni per argomentare razionalmente la constatazione empirica che “i soldi non fanno la felicità”. Cosa che da sempre sanno tutti… tranne gli economisti che hanno continuato, da più di un secolo, a vedere l’essere umano solo come “homo oeconomicus”.

Su Saperi PA trovi l’intervento e l’intervista di Amartya Sen a FORUM PA 2010

Da Amartya Sen[vii] a Zygmunt Bauman[viii] a Jeremy Rifkin[ix], ai nostri Zamagni[x], Becchetti[xi] e l’acuto Luca De Biase[xii] è un susseguirsi di indagini che mettono al centro il concetto di felicità, ma anche quelli di sviluppo e di benessere, come strettamente dipendenti dalla ricchezza dei beni relazionali. Non ultimo il Ministro Brunetta (questa volta in veste di economista) ci ricorda nel suo volume “Sud – Un sogno possibile” che “Il bene relazionale non è altro che un sistema di relazioni con chiari effetti economici, la sua presenza contribuisce a spiegare il livello di produttività di un’azienda o di un sistema sociale”[xiii]
In tutti questi lavori viene messa in evidenza la grande opportunità che l’innovazione tecnologica, attraverso la disponibilità della rete (Internet in primis ovviamente), offre al creativo arricchimento della conoscenza e dei beni relazionali.

Ai più accorti non sfugge però che tale sviluppo della tecnologia non è conquistato una volta per tutte, ma anzi è in palio in una partita ancora tutta da giocare. Una partita che coinvolge la capacità delle istituzioni, del government[xiv] , di creare le condizioni per un “ecosistema della conoscenza”. Se lo sapremo garantire, in questo ecosistema cresceranno, assieme alla nostra rete di relazioni, ed in sinergia con questa, opportunità economiche e occasioni di partecipazione che faranno presagire la possibilità di un diverso genere di sviluppo.
Basta pensare, per scendere a chiarificanti esempi di ogni giorno, all’industria dei contenuti digitali e alla battaglia sul copyright, alle esperienze di open data e di open government e alle loro ricadute sulle imprese e i cittadini in termini sia di business sia di partecipazione, all’accesso alla rete, alla lotta al digital divide, agli investimenti per la larga banda, alla governance di Internet, al trade-off tra sicurezza e diritto alla privacy per renderci conto che la politica e le amministrazioni pubbliche hanno un compito non eludibile. Se l’innovazione infatti è “necessaria”, non ne è affatto determinata la direzione.

 

4 - L’innovazione empatica al centro di FORUM PA 2011

Quest’anno ci proponiamo quindi di mettere sul palco di FORUM PA 2011 un altro genere[xv] di innovazione, che abbiamo chiamato, rifacendoci anche qui ad un testo magistrale[xvi], “innovazione empatica”. Ci riferiamo ad un’innovazione che nasce dalle comunità e che al benessere delle comunità, in quanto reti relazionali, economiche e sociali, è principalmente rivolta. Per comunità qui non intendiamo ovviamente solo le comunità locali, i “territori” che pure hanno ancora tante potenzialità da esprimere e che costituiscono spesso il luogo principe della politica e della convergenza tra bisogni e opportunità, ma intendiamo anche le community virtuali della rete, le comunità di interessi, le comunità professionali, i tanti network sociali dove si dipana la nostra vita e che una crescita dirompente della tecnologia ha esplicitato in forme prima difficilmente immaginabili.

Ed esempi positivi in questo senso non mancano: dagli studi di  Don Tapscott ed Anthony D. Williams sulla cosiddetta Wikinomics[xvii], ossia l’enorme potenzialità economica che è dietro alla collaborazione gratuita e massiccia di un gran numero di prosumer (insieme producer e consumer), al successo dei social network generici come Facebook[xviii] o per appassionati, come Flikr per la fotografia, a esperienze del tutto diverse, ma di grande interesse come le reti di comunità locali. In questo campo è impossibile ricordare tutte le esperienze di aggregazione, ma citiamo come esempi la “Rete delle città strategiche”, la “Rete delle città sane”, la “Rete delle città solidali”, la “Rete delle città del bio”, la “rete delle città d’acqua”, la recente rete delle “smarter cities” con la collaborazione di IBM, la rete delle “smart town” di Telecom Italia, ecc.. Altrettanto significativa e molto attiva è la rete dei Parchi Scientifici e Tecnologici (APSTI), la rete all’interno dell’Associazione dei distretti tecnologici (ADITE), ecc. Innumerevoli sono poi le associazioni, più o meno istituzionalizzate e promosse dalle amministrazioni locali, che sono rivolte allo sviluppo delle economie territoriali.
Centinaia di community quindi che, sparse su tutto il territorio nazionale, sono luoghi di innovazione collaborativa ed empatica, rivolta prima di tutto verso i bisogni delle comunità locali.

FORUM PA 2011 sarà anche l’occasione per mettere in evidenza le reti degli attori dell’innovazione:

  • la politica;
  • la dirigenza pubblica;
  • gli impiegati delle amministrazioni pubbliche;
  • le imprese private;
  • le imprese e le associazioni del terzo settore;
  • i cittadini singoli e organizzati.

 

5 - Quattro assiomi[xix]

Quattro le principali premesse teoriche del tema che proponiamo:

a.      La prima è che la crescita dei beni relazionali e del capitale sociale sia un fattore chiave per lo sviluppo, inteso come aumento della libertà positiva (nel senso di abilitare le “capabilities” dei cittadini - cfr.Sen[xx]) e, quindi, della qualità della vita e, in una parola, della felicità;

b.      La seconda è che le potenzialità della società della conoscenza e del lavoro collaborativo in rete, e quindi dell’innovazione tecnologica, possano essere determinanti per questa crescita sia per le potenzialità che esse hanno, sia per l’enfasi sulla relazionalità che in questo momento le caratterizza, ma che tale ruolo deve essere promosso dal government (politica +amministrazione) attraverso regole chiare e trasparenti, investimenti infrastrutturali e incentivi adeguati;

c.       La terza è che la “mano pubblica”, se per definizione non può creare dal nulla né innovazione tecnologica né beni relazionali, può e deve costruire l’ambiente favorevole perché questi si sviluppino e diano i loro effetti virtuosi;

d.      La quarta infine è che il government non può svolgere questo compito da solo, ma che per creare le condizioni per lo sviluppo della economia di rete deve, a sua volta, lavorare ed essere in rete con le imprese, con i cittadini, con le reti sociali del volontariato e del terzo settore.

Non è questo il luogo per un esame approfondito di queste affermazioni, ma le verificheremo puntualmente con voi nei mesi che ci separeranno da FORUM PA 2011. È invece opportuno sin da subito trarne, in forma sintetica, e anche qui con la promessa di approfondire in seguito la trattazione, qualche conseguenza per i nostri attori.

 

6 - I soggetti coinvolti

I nostri protagonisti saranno, quindi, le amministrazioni pubbliche regionali e locali che hanno accettato la sfida di essere registe di articolate reti tese allo sviluppo territoriale. Saranno i soggetti imprenditoriali che hanno saputo intelligentemente raccogliere entità diverse, pubbliche e private, per progetti integrati di innovazione tecnologica e organizzativa.  Saranno le amministrazioni centrali dello Stato che hanno proposto progetti-Paese in grado di mobilitare risorse diverse per un fine comune. Ma saranno anche le comunità di pratica, le comunità scientifiche, le reti delle imprese, i luoghi del trasferimento tecnologico, i nuovi distretti tecnologici e digitali, i network sociali, le reti del volontariato e del terzo settore e, last but not least, le tante esperienze di cittadinanza organizzata che hanno operato, secondo i principi della sussidiarietà orizzontale, per la qualità della loro vita e insieme per il bene comune.
Al centro del nostro interesse saranno certo i progetti, le realizzazioni, le opportunità offerte alle varie componenti sociali, ma anche, e soprattutto, le reti e le relazioni stesse tra i soggetti e le loro modalità di aggregazione e di funzionamento.
La metafora della rete e del lavoro in rete costituirà il filo conduttore del nostro ragionamento e sarà anche l’ambiente in cui esso si svilupperà.

 

7 - La conoscenza e l’innovazione come “bene comune” : verso gli open data e l’open government

Perché l’innovazione, così come l’abbiamo intesa, possa essere empatica e dare i suoi effetti positivi in termini di qualità della vita e accresciute “capabilities” per i cittadini e le imprese è necessario che essa sia intesa come un “bene comune”, e che come beni comuni siano considerati i dati pubblici. I beni comuni[xxi] sono a disposizione della comunità, ma con regole certe e condivise. Gli esempi di open data sia in USA che in UK (ma ora stanno nascendo iniziative in tante altre parti del mondo) sono una traccia da seguire.

 

8 - La democrazia della partecipazione e l’amministrazione 2.0

Altrettanto necessario è che la politica si assuma il compito di favorire la partecipazione dei cittadini attraverso la creazione di strumenti interattivi di partecipazione democratica alle decisioni. L’uso delle ICT è un elemento facilitante importante, ma presuppone un'efficace lotta al digital divide sia geografico che sociale in modo da garantire a tutti i diritti di cittadinanza digitale. Le esperienze della community di “Amministrare 2.0” e il relativo manifesto[xxii], presentato FORUM PA 2010, potranno essere da guida per questo importante aspetto.

 

9 - La nuova PA fondata sul merito e la trasparenza

In questo contesto va visto il ruolo di un’amministrazione pubblica autonoma, responsabile, trasparente  che, sulla base dei principi guida della recente riforma[xxiii], sia orientata ai risultati, accetti la sfida della valutazione e della accountability [ve ne parlavo qualche settimana fa], sia capace di “stare al timone piuttosto che ai remi”[xxiv], senza però mai perdere di vista il suo ruolo costituzionale di garante dei diritti di tutti i cittadini.

 

10 - La responsabilità delle imprese

Il ruolo delle grandi imprese innovative e dei grandi soggetti economici del Paese, come attori dello sviluppo e promotori di innovazione è essenziale. Esse possono trasferire importante know-how, possono aggregare esperienze diverse, anche internazionali, possono mettere a disposizione del sistema centri di competenza dove testare le innovazioni, possono sviluppare partnership con le PMI locali e creare così tessuti imprenditoriali adatti allo sviluppo della creatività, possono essere esse stesse ambienti collaborativi e learning organization divenendo esempi per le altre organizzazioni. Infine, attraverso azioni positive di responsabilità sociale[xxv], possono essere importanti promotori di innovazione a favore delle comunità e dei territori

 

11 - L’empowerment dei cittadini e la sussidiarietà orizzontale

Quello dei cittadini è il ruolo più nuovo e potenzialmente rivoluzionario. Da una parte la “riforma Brunetta” dell’amministrazione pubblica offre al cittadino nuovi strumenti di empowerment attraverso processi di ascolto e introducendo elementi di concorrenza nella fornitura dei servizi pubblici, dall’altra con l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione si è introdotto il principio della sussidiarietà orizzontale che scardina dalle fondamenta il cosiddetto paradigma bipolare, che vuole da una parte l’amministrazione come unica fonte sia di potere che di prestazioni, dall’altra i cittadini amministrati (clienti, assistiti, pazienti, etc.) comunque soggetti passivi dell’intervento pubblico. 
“La novità sta nel fatto che la sussidiarietà cambia alla radice il rapporto tra amministrazioni e cittadini, impostando il rapporto tra questi poli da sempre in conflitto in termini di collaborazione nell’interesse generale, consentendo in determinati casi di superare la contrapposizione pubblico-privato.” [xxvi]

Nella vita pratica delle amministrazioni metabolizzare questo principio significa dover accettare che l’iniziativa non venga solo dagli organi del potere esecutivo, siano essi governo centrale o governi locali, ma dagli stessi cittadini, con i comprensibili problemi di armonizzazione e di coerenza; ma d‘altronde rappresenta una risorsa nuova e senza limiti per attuare le politiche anche in condizione di permanente crisi fiscale e di bilanci asfittici. Affinché l’esito di questi processi, che potremmo genericamente chiamare empowerment [xxvii] costituisca effettivamente un aumento dei diritti della persona e non una mera dilatazione della sovranità del consumatore [xxviii], ovvero una falsa libertà, è necessario che le amministrazioni garantiscano alcune condizioni di contesto: l’effettivo accesso alle informazioni e ai dati pubblici; la possibilità della partecipazione attiva al processo e non solo alla sua fase terminale; la chiarezza e effettiva praticabilità delle azioni. Come si vede chiaramente anche qui l’innovazione tecnologica, a servizio delle comunità, svolge un ruolo decisivo per passare dalle parole ai fatti.

 

12 - Quindi FORUM PA 2011 sarà….

Ecco, quindi, davanti a noi la sfida che ci aspetta nei prossimi mesi che, come sempre, vedranno una sempre più intensa attività di preparazione del FORUM PA di maggio, ma anche una ricca e variegata azione di promozione, di accompagnamento e di comunicazione dell’innovazione presente nei territori.
La sfida è di creare un evento che sappia interpretare questa impostazione e che, quindi, permetta ai suoi protagonisti (visitatori, espositori, congressisti) di accedere ad un’esperienza forte di innovazione empatica e collaborativa.
Le settimane da qui alla fine dell’anno ci serviranno per definire meglio il progetto e per proporlo alla vostra valutazione, ma sin da ora possiamo provare a definirne alcune caratteristiche chiave.

Se abbiamo detto che l’innovazione empatica, basata sull’attenzione alla crescita e alla “manutenzione” dei beni relazionali, è centrale per accrescere la qualità della nostra vita, allora essa sarà al centro anche di FORUM PA 2011.

Il FORUM PA 2011 sarà ancora di più il FORUM PA delle reti (al plurale), in particolare nella Mostra, dove gli stand non sono "spazi espositivi collettivi" quanto "spazi espositivi a rete" dove si ritrovano le reti. Anche i convegni nelle finalità, nei format come - soprattutto - nei temi sono improntati al fare rete e a fare emergere la prospettiva della rete nel government.

In particolare ci proponiamo di:

  • promuovere e mettere in mostra le reti
  • evidenziare nuovi soggetti e nuove alleanze
  • ripartire dalle comunità
    • locali: le città, i territori, i sistemi locali dell’innovazione
    • professionali: le comunità di pratica fra professionisti, le reti delle amministrazioni, le reti dei cittadini
    • di scopo: le alleanze per lo sviluppo, le comunità scientifiche, le associazioni pubblico-privato, le reti del privato sociale
  • confermare la logica collaborativa del web 2.0
  • essere un grande momento di (e)democracy e di accountability
  • rafforzare il doppio empowerment dei cittadini e dell’amministrazione pubblica

Nella mostra agli stand classici si affiancheranno, fino a sostituirli in larga parte nelle prossime edizioni, degli spazi espositivi collettivi quali:

  • le piazze dell’innovazione dove, attorno ad un soggetto aggregatore che potrà essere pubblico o privato, si racconteranno i grandi progetti-Paese per l’innovazione
  • gli zoom tematici, anche qui promossi da un soggetto pubblico o privato, che riuniranno amministrazioni centrali e locali e aziende sui temi dell’innovazione normativa, organizzativa o tecnologica (ad esempio il green computing, il cloud computing, la dematerializzazione, la gestione delle risorse umane, il ciclo della performance, il trasferimento tecnologico, la rete della sanità elettronica, ecc.);
  • i sistemi locali dell’innovazione dove sotto la guida di una o più amministrazioni pubbliche di riferimento (Comune, provincia, regione, camera di commercio) saranno portate su un palcoscenico nazionale le micro imprese tecnologiche e le PMI che abbiano un'offerta innovativa per le amministrazioni pubbliche.

La sezione congressuale pur mantenendo i tradizionali appuntamenti politici, con la presenza del Governo centrale e dei Governi regionali e locali, privilegerà:

  • i temi inerenti quegli aspetti dell’innovazione organizzativa e tecnologica, che favoriscono il lavoro collaborativo, il benessere organizzativo, la moderna e costruttiva gestione delle risorse umane;
  • i temi che riguardano la costruzione e la manutenzione di reti sociali, specie attraverso l’uso intelligente delle tecnologie,
  • i temi dei contenuti digitali, degli open data, dell’open government e dei servizi ai cittadini basati sulle strategie di coinvolgimento e partecipazione,
  • i temi dello sviluppo delle economie territoriali e del trasferimento tecnologico, con particolare riguardo alla costruzione di reti e di comunità professionali,
  • le modalità congressuali interattive, dove sia potenziata la partecipazione attiva di tutti i congressisti, anche attraverso la predisposizione di precedenti momenti di riflessione e consultazione online,
  • le modalità congressuali di tipo “barcamp” dove non c’è una distinzione tra relatori e pubblico, ma ciascuno è chiamato a portare il proprio contributo in un clima di lavoro cooperativo,
  • un efficace follow-up di ciascun appuntamento che, partendo dal documento conclusivo del convegno proponga poi una riflessione nelle settimane a seguire. 


NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[i] Per questo concetto, che tornerà più volte nel nostro lavoro, confronta : Goldsmith Stephen; Eggers William D. - “Governare con la rete. Per un nuovo modello di pubblica amministrazione” – IBL libri - 2010
[ii] Jacques Attali, “La crise, et après?” – Fayard, Paris 2008
[iii] Anche in questo caso cito un libro di Jacques Attali, “Sopravvivere alle crisi. Sette lezioni di vita” Fazi, Roma 2010. Un libro illuminante.
[iv] Non possiamo qui riportare la sterminata letteratura “contro” il PIL come efficace indicatore della ricchezza e del benessere di una nazione. Valga per tutte le critiche quanto più di 40 anni fa scriveva Robert Kennedy:
 « Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta »  (Robert Kennedy - Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)
[v] Paul Krugman, “Economisti per caso. Altri dispacci dalla scienza triste” – Garzanti – Milano 2009
[vi] “Beni relazionali” è un concetto che è stato introdotto, indipendentemente, da Benedetto Gui (1987) e Carole Uhlaner, la quale li ha definiti come beni “che possono essere posseduti solo attraverso intese reciproche che vengono in essere dopo appropriate azioni congiunte intraprese da una persona e da altre non arbitrarie” (1989, 254). Per Uhlaner i beni relazionali sono beni che non possono essere né prodotti né consumati, e quindi acquisiti in modo solitario da un solo individuo, perché dipendono dalle modalità delle interazioni con gli altri e possono essere goduti solo se condivisi. Loro caratteristica essenziale è che essi richiedono reciprocità e non possono essere perseguiti indipendentemente dalla situazione soggettiva e dalle preferenze delle persone coinvolte
[vii] Amartya Sen “Lo sviluppo è libertà” –Mondadori – Milano 2000
[viii] Zygmunt Bauman “L’arte della vita – Laterza – Bari 2009
[ix] “Jeremy Rifkin “La civiltà dell’empatia” – Mondadori – Milano 2009
[x] Stefano Zamagni “Economia ed etica. La crisi e la sfida dell’economia civile” – la scuola – Brescia 2009
[xi] Leonardo Becchetti “Il denaro fa la felicità?” - Laterza – Bari 2007
[xii] Luca de Biase “ L’economia della felicità” – Feltrinelli – Milano 2007
[xiii] Renato Brunetta, “Sud – Un sogno possibile” – Donzelli editore, Roma 2009, pag.69
[xiv] “government” nella cultura anglosassone racchiude in sé sia il concetto di Governo (istituzione) che quello di Pubblica Amministrazione
[xv] Non sfuggirà ai lettori e alle lettrici più attente che “genere” può essere qui inteso anche nel senso di dare spazio alla relazionalità propria del femminile. In questo senso consiglio “Un altro genere di tecnologie” , un volume sulla differenza di genere nell’innovazione tecnologica edito da “Il secolo della rete" e curato da Anna Capitani.
[xvi] J, Rifkin Op. citata
[xvii] (da Wikipedia) Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo (Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything) è un libro scritto da Don Tapscott ed Anthony D. Williams originariamente pubblicato in inglese nel dicembre 2006 (in italiano nel 2007). Esso esamina come alcune aziende nei primi anni del XXI secolo si sono avvalse con successo della collaborazione massiccia e diffusa (mass collaboration o anche peer production) e di tecnologie del mondo open source (ad esempio di iniziative wiki). Uno dei messaggi fondamentali degli autori è che la vecchia multinazionale monolitica che crea valore sulla base di una struttura gerarchica chiusa, è morta e sepolta.
[xviii] Facebook ha oltre 350 milioni di utenti nel mondo, circa 17 milioni in Italia ed è divenuto la killer application di Internet
[xix] In epistemologia, un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento.
[xx] Amartya Sen, Op. citata
[xxi] Nella tradizione giuridica anglosassone (che differisce in questo da quella dell’Europa continentale) vengono definiti “commons”- beni comuni - quei beni che sono proprietà di una comunità e dei quali la comunità può disporre. La nozione di “beni comuni” identifica, perciò, tutti quei beni materiali e immateriali: l’ambiente, le foreste, il mare come ecosistema e come territorio di pesca, le acque interne, le infrastrutture e i servizi di pubblica utilità, ma anche immateriali: la fiducia sociale, la solidarietà, la sicurezza, la conoscenza che costituiscono un patrimonio collettivo di una comunità e il cui uso deve essere regolato per impedire che queste risorse comuni siano preda di soggetti o organizzazioni singole che, attraverso un uso indiscriminato ne producano nel tempo l’impoverimento. Alla fine degli anni sessanta uno studioso, Garret Hardin, in un famoso articolo intitolato “La tragedia dei beni comuni” propose la tesi secondo la quale questi beni sarebbero destinati all’esaurimento perché preda sempre e comunque degli egoismi individuali; un più equilibrato e moderno studio che a partire dagli anni ’90 si è svolto soprattutto negli Stati Uniti (Elinor Ostrom ne è stata paladina) propone invece una tesi opposta.
I beni comuni possono essere beni “sostenibili” ed essere un risorsa fondamentale per le comunità e le nazioni a patto che le comunità coinvolte nel loro utilizzo definiscano e condividano regole per la loro “sostenibilità” e cioè garantiscano la possibilità della rigenerazione naturale o sociale dei beni comuni stessi.
[xxiii] per la riforma Brunetta vedi il sito www.riformabrunetta.it
[xxiv] Osborne David; Gaebler Ted “Dirigere e governare. Una proposta per reinventare la pubblica amministrazione” - Garzanti – Milano 1995
[xxv] La Responsabilità Sociale d'Impresa può essere definita come: « integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate. »
 (Libro Verde: Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese, Commissione Europea 18/7/2001)
[xxvi] Gregorio Arena “Cittadini attivi” – Laterza – Bari 2006
[xxvii] Per una definizione di empowerment si veda http://www.assr.it/agenas_pdf/Nota_metodologica_empowerment.pdf che propone quella dell’ Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità - WHO Regional Office for Europe: “L’empowerment è un processo dell’azione sociale attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’equità e la qualità di vita.”
[xxviii] Per il concetto di sovranità del consumatore nella società liquida si veda Zygmunt Bauman “ Consumo, dunque sono” – Laterza – Bari 2008 alle pagine 27 e seguenti. 
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Contenuti del Dossier

Commenti

Facciamo la rete cominciando dalle maglie...

Caro presidente,
lancio anch’io alcune riflessioni in libertà, sperando nella "clemenza" di chi le leggerà…

1) Le idee esposte sono interessanti. Se ne potrebbero mettere insieme altre, e al limite discutere se sia, al momento (sul termine “al momento” tornerò tra poco) più agevole o più fruttuoso seguirne alcune piuttosto che altre… Ad esempio: nella scarsità attuale delle risorse all’interno della PA, è indiscutibile che le tematiche del “riuso” non si debbano più semplicemente adattare alla componente software, ma anche a progetti, iniziative, percorsi formativi più o meno trasversali (ad esempio, quelli inerenti tematiche come la privacy). Questi percorsi possono essere percepiti, da molti innovatori, come per niente innovativi… ma già la messa a sistema di questi consentirebbe di fare salti in avanti a molte amministrazioni.
2) Perché ho usato il termine “al momento”? Perché a mio avviso, il problema che abbiamo in questo momento non è di scarsità di risorse, ma di knowledge management e di cultura della classe dirigente… e lo dico da dirigente! Mi spiego meglio: non è poi tanto vero che non ci sono più soldi, se alla prova dei fatti le auto dei pompieri e della polizia viaggiano ancora, le fotocopiatrici dei tribunali funzionano, ecc. (questo per citare soltanto alcune delle proteste che nel corso degli anni si sono sollevate dopo il varo dei vari provvedimenti “taglia spese”). Il fatto è che, di necessità, si sta facendo virtù. Si stanno delineando nuove ipotesi di pianificazione dei costi, che consentono di gestire i tagli non a detrimento della qualità dei servizi resi. E allora, se questa operazione è possibile, fino a dove potrebbe essere spinta? Siamo certi che ORA siamo arrivati al fondo del barile? Oppure siamo teoricamente in grado di sopportare altri tagli alle dotazioni organiche, altri tagli alle spese, senza per questo offrire servizi meno efficaci? E se siamo ancora in grado, non è che, per caso, manca la cultura del top management dell’innovare piuttosto che adeguarsi? Non è che ci si accontenta di fare un’amministrazione del tipo “a domanda rispondo”, piuttosto che lanciare progetti di ampio respiro, magari esportabili ad altre realtà similari, per consentire un vero salto di qualità?
3) Non sono sicuro che il problema di cui al punto precedente riguardi il solo top management. Questa categoria, di solito, utilizza molto il contributo del middle management… i dirigenti tanto vituperati da Brunetta, ma che per certi versi non sono all’altezza dei compiti che si richiede loro di espletare! Siamo certi, però, che il middle management sia ad oggi selezionato tenendo presenti le caratteristiche che dovranno essere di ausilio al ruolo che viene a questa figura richiesto negli anni 2000? Siamo certi che top e middle management siano – mediamente – arrivati alla conclusione che fare rete significa anche destinare – sulla base di interventi organizzativi, e non estemporaneamente – risorse all’”esplorazione” del web? Al recepimento di iniziative già prese da altri? Al “fare rete”? Per questo, ho parlato anche di cultura della classe dirigente, che dovrebbe considerare tali attività come un investimento e non una complicazione nella perenne corse dietro alle emergenze… e allora, forse nel breve periodo rinnovamenti molto più parziali e meno pervasivi di quelli ispirati all’innovazione empatica potrebbero più facilmente essere accettati, gli investimenti in risorse dedicate più facilmente deliberati, per poter costituire il grimaldello che scardini alcune vecchie culture e prepari il terreno ai sostanziali mutamenti di approccio culturale necessari all’innovazione vera. In parole povere: se sul “tuo” campo ti dimostro che lo strumento funziona, perché non utilizzarlo anche con raggio più ampio ed innovativo?
4) Scenari futuri: che si arrivi alla prospettiva per gradi, o per crash program… stiamo a mio avviso recitando la trasformazione del Forum per come lo avevamo visto negli ultimi anni. Cioè: non più la vetrina delle innovazioni presentate da “alcuni” al middle management degli “altri”, ma il momento in cui il middle management “di tutti” (forse, il network management è un termine più azzeccato) presenta al top management il ventaglio di possibili opzioni (deliberate e condivise in rete con strumenti di “democrazia digitale”) tra le quali decidere alcune strategie degli Enti amministrati. Ed in questa ottica, il “contenitore” Forum PA dovrà essere ripensato per tararsi su un target – quello del top management, appunto – che (ma le statistiche le ha la segreteria di Forum PA) non può giocoforza ritagliarsi, in una settimana, più di un paio di mattinate o di pomeriggi. D’altro canto, per i quadri (terza “gamba” del tavolo della componente innovativa delle organizzazioni), i contenuti attualmente presenti sui siti di Forum PA e di Cantieri PA costituiscono già da adesso una enorme fonte di informazioni, basta saperle valorizzare… magari con un progetto in partnership con il Ministero dell’Innovazione, che costituisca, ad esempio, un sistema di “crediti formativi” legati alla consultazione strutturata (e verificata) di alcuni percorsi tematici presenti…

Ribadisco infine il concetto iniziale: siate "clementi"…

Caro Carlo innanzitutto

Caro Carlo

innanzitutto grazie per l'invio del documento che ho letto con interesse (e grazie soprattutto per considerarmi ancora tra le "persone più autorevoli e intelligenti con cui ti è capitato di imbatterti nel tuo lavoro"..).
Ti anticipo che da alcuni mesi non sono più Direttore Amministrativo della ASL Roma E, e mi farebbe piacere se un giorno tu organizzassi un incontro tra "reduci", perché credo che provare a fare il Direttore Amministrativo di una ASL romana (e a farlo sul serio) per cinque anni sia un po' come andare in legione straniera... Avrei molto da raccontare.
Detto questo, ti confermo la mia disponibilità a continuare lo scambio su ForumPA 2011 e ho subito alcuni commenti a caldo sul tuo documento.

Prima riflessione
E' vero che non c'è un'alternativa al "fare rete" come giustamente dici. Ma forse più che ragionare sulla struttura della rete occorre concentrarsi sul processo di apprendimento che la genera. La rete non può essere positiva di per sé o perché dichiarata (e tra quelle che tu citi ce ne sono molte che sono mere "intenzioni di reti"), ma nel momento in cui si costruiscono dei sistemi di relazioni che modificano il comportamento dei singoli, ossia ogni componente della rete si comporta in modo diverso da come si comporterebbe se fosse da solo, e così facendo contribuisce a rafforzare e dare identità alla rete come soggetto collettivo. In altri termini, occorre distinguere la "volontà di fare rete" dalla "capacità di fare rete". Mi concentrerei sulla seconda e sulle molte esperienze positive che ci sono, come quelle che segnala Michele Bertola.

Seconda riflessione
Tu hai un punto di osservazione molto più ampio e aggiornato dal mio, e non so se condividi la mia impressione che rispetto ad alcuni anni fa (all'epoca di Cantieri, per intenderci) ci sia molta più retorica sui temi della modernizzazione, molta più sfiducia negli operatori, e molta più incertezza su dove stiamo andando e chi tiene le fila del cambiamento (in sanità. ma anche in altri settori). Non mi piace essere pessimista, e credo ci siano ancora molti margini di manovra, ma senza dubbio temi come responsabilità, meritocrazia e empowerment, se bruciati attraverso mere dichiarazioni contraddette da fatti o da decreti inapplicati e inapplicabili non fanno che contribuire a generare confusione anziché cambiamenti concreti.
E, se questo è vero, temo che i punti di vista dei diversi attori dell'innovazione, che dovrebbero convergere, siano sempre più divergenti. Noto in questi ultimi anni una maggiore tendenza alla difesa dei propri interessi, anziché una crescente disponibilità a una reale apertura al confronto e a fare rete.

Proprio per queste ragioni, però, trovo molto interessante e convincente la tua idea di facilitare momenti aggregativi e introdurre nuove modalità espositive al Forum. E l'idea di coltivare un laboratorio di riflessione permanente. In particolare, se lo riterrai utile, posso dare un contributo ad alcuni temi, quale quello del merito e della trasparenza, o quello dell'empowerment dei cittadini, sul quale sto lavorando ad alcune iniziative.

Un caro saluto e buon lavoro

Angelo Tanese

Ho letto ed apprezzato la

Ho letto ed apprezzato la riflessione iniziale sul percorso che porterà al FORUM PA 2011.
Mi permetto qualche annotazione sparsa:
1. il tema della "economia della felicità" non può non rimandare al dibattito politico di questi giorni che vede su fronti opposti, da un lato, i fautori della tesi: "sono i numeri che fanno la politica" e, dall'altro, i sostenitori dell'opinione: "la felicità delle famiglie non si misura con il PIL". Questo per dire che il concetto di "homo oeconomicus" è ben lungi dall'essere superato ed anzi, anche grazie alle istituzioni europee, sta vivendo un periodo di grande vitalità;
2. sul discorso mi pare poi che incomba la presenza di un convitato di pietra: il federalismo. Credo che qualche riflessione in merito alle ricadute che si avranno sulle nostre Pubbliche Amministrazioni e sui cittadini vada fatta;
3. infine un accenno alla riforma Brunetta ed in particolare al ciclo delle performances. Il pericolo è l'autoreferenzialità. Vedo in giro troppi convegni, troppi seminari, troppi consulenti, troppe procedure pre-confezionate "chiavi in mano". Le nebbie provocate da tutto questo gran parlare della riforma Brunetta mi sembra che avvolgano gli addetti ai lavori, spesso auto-compiaciuti di esporre tesi più realiste del Re, estraniandoli dalla realtà quotidiana e ponendoli ben lontani dai problemi che interessano veramente il cittadino-cliente. Come tradurre in pratica i contenuti della riforma Brunetta all'insegna del motto: "il meglio è nemico del bene" e senza indulgere troppo in (costose) chiacchiere potrebbe essere un altro tema da approfondire.

Modelli organizzativi

Trovo che l'iniziativa di coinvolgere "la rete" nella definizione dei contenuti e delle modalità di fruizione dell'offerta dei prossimi Forum PA sia già, di per sé, un contributo alla innovazione e al cambiamento culturale.
Non è facile nella quotidianeità del lavoro trovare adeguati spazi per riflessioni su questi argomenti. Molti di noi sono presi dal vortice delle scadenze e delle urgenze, per carenze nostre e di sistema a riuscire ad operare maggiormente in ottica di "programmazione delle attività" piuttosto che di "affannosa rincorsa delle urgenze". Capisco quindi bene lo sfogo e le amare riflessioni di "Cirano" [vedi uno degli altri commenti], ma reputo anche vero che la speranza di un cambiamento non possa che passare attraverso lo sforzo comune indirizzato ad un cambiamento culturale e di approccio sistemico ai problemi. Ben venga quindi lo stimolo e le riflessioni del Direttore Carlo Mochi Sismondi.
Infatti i cambiamenti culturali, se pensiamo ai movimenti culturali storici, avvengono spesso su stimolo di pochi che però riescono a coagulare sulle loro idee e proposte dei "movimenti" di opinione e di persone fino a che il "nuovo" diventa patrimonio accettato e comune ai più.

Oggi, grazie alle tecnologie disponibili, grazie alla "rete" (intesa nel suo senso più ampio proposto dal documento del Direttore Mochi) ciò può avvenire più in fretta e coinvolgendo più persone, culture, professionalità, organizzazioni .... sia il benvenuto quindi il "fare rete con la rete" per sfruttare lo "slogan" proposto in un altro intervento. Ma altre spinte verso l'attuazione di modelli diversi di lavoro per rispondere al nostro mandato di dipendenti della PA, ovvero strumenti per l'erogazione dei servizi per i cittadini (e anche noi lo siamo !), possono essere le leggi e normative e ancor più i cambiamenti organizzativi che favoriscano il lavorare in rete, sopratutto oggi che esistono strumenti che possono renderlo più fattibile e anzi lo favoriscono.
Quindi al legislatore il compito di emanare buone leggi che indichino gli obiettivi e accompagnino il processo, alla PA il compito di individuare modelli organizzativi che possano favorire modalità di lavoro maggiormente collaborative, sfruttando le potenzialità e la creatività, oltre che l’efficienza, che tale approccio può produrre.

A tale proposito intendevo segnalare la modifica organizzativa introdotta in Toscana (e forse non solo) nello svolgimento delle funzioni ICT nell’ambito del variegato e complesso mondo della Sanità. Sono stati creati degli Enti di servizio (in Toscana denominati ESTAV (Ente per i Servizi Tecnico-Amministrativi di Area Vasta) al cui interno sono state trasferite le funzioni e competenze in merito all’ICT. Siamo solo alle prime fasi di attuazione del nuovo modello di lavoro, e la strada sarà forse ancora lunga e faticosa, ma sin da questi primi mesi di riorganizzazione, pur tra le tante criticità che essa possa avere avuto, appare evidente come sia fondamentale e utile cambiare l’ottica di approccio dei problemi da quella della singola Azienda a quella della molteplicità di Aziende, condividere i problemi, spesso comuni anche se con le varie sfaccettature locali, proporre soluzioni o fruire delle soluzioni già trovate. Il modello di lavoro adottato in queste prime fasi è il gruppo di lavoro trasversale alle vecchie realtà aziendali (e talvolta anche trasversale alle professionalità) dove condividere criticità, problemi e soluzioni, ed indirizzare le azioni su strade il più possibili condivise e comuni. Viste le ampie dimensioni geografiche in gioco (la copertura di ciascun Estav coinvolge circa un terzo della Regione Toscana) l’apporto delle tecnologie è fondamentale per il lavoro dei gruppi che è supportato da strumenti atti a favorire la interazione e collaborazione tra i vari membri: workflow management dei documenti , Forum , funzionalità di messaggistica istantanea, disponibilità di agende condivise tra i vari membri dei GdL, sistema Wiki per favorire condivisione di terminologia e, in generale, la “cultura” di riferimento. Da queste prime esperienze, si può notare che il processo messo in atto tende ad essere “virtuoso” ed auto-incrementale, dando il segnale che “lavorare insieme per una innovazione distribuita, empatica e collaborativa” non è una chimera ma un obiettivo raggiungibile.

Un'iniziativa europea per la partecipazione attiva dei cittadini

Gentile Carlo,

ritengo che l'impostazione che lei ha dato all'evento, nonchè il suo approccio alla costruzione di una comunità di intenti, sia una base imprescindibile per un risultato concreto nella governance ai tempi dell'ICT; le porgo i miei complimenti perchè sono consapevole delle difficoltà nel trasferire idee e volontà a tutte le categorie di cittadini, lavoratori, imprese.

Vorrei soffermarmi su 3 concetti espressi nel suo articolo:
1. la costruzione di un ambiente favorevole per lo sviluppo dell'innovazione tecnologica e relazioni.
2. la necessità di istituire tavoli e reti tematiche per l'analisi e sviluppo di soluzioni specifiche, coinvolgendo tutti gli attori dei domini in questione, ovvero tutti i soggetti necessari alla messa in opera di soluzioni e/o servizi.
3. la "democratizzazione" del processo di sviluppo di attività, documenti e soluzioni, o "barcamp".

Sto provando a mettere in pratica questi 3 concetti in un'iniziativa, finanziata dalla comunità europea, di cui sono responsabile; un network finalizzato alla definizione e sviluppo di servizi basati sulla filosofia della centralità dell'utente. In pratica, il singolo cittadino è messo in primo piano nella definizione di servizi e/o di infrastrutture che risolvono delle problematiche comuni. In un secondo momento rientrano tutti i vari attori della value-chain per valutare l'effettiva fattibilità delle richieste.
E' un'iniziativa che durerà fino a metà del 2013.

Vorrei poter portare le mie esperienze nella definizione di alcuni tavoli tematici.

Francesco Niglia

Quanto è lontana la P.A. di tutti i giorni da questi Think tank

Mi piacciono e condivido queste riflessioni ma vivendo e lavorando in una P.A. in un territorio di 160.000 abitanti, peraltro al nord, non posso fare altro che prendere atto che questi pensatoi sono molto lontani dall'attività di tutti i giorni.
La realtà quotidiana è fatta spesso di una comunicazione senza contenuti, autoreferenziale, di una assoluta mancanza di "misurazione" a sostegno delle decisioni, di bilanci "esoterici" anche per i c.d. "addetti ali lavori, di personalismi esasperati, di decisioni assunte in cenacoli riservati, di privilegi per le "relazioni" piuttosto che per i servizi, di adempimenti formali, svuotati di ogni contenuto per assecondare le norme, di affannosa quotidianità fatta per rincorrere e non per costruire!
Mi trovo più volte a condividere alcuni dei concetti esposti così bene da Mochi Sismondi con amici e colleghi ma quando mi tuffo nel lavoro quotidiano ricordo questi discorsi come una seduta di "auto-mutuo aiuto"!
Restiamo in contatto dunque, difendiamo e ampliamo questo spazio di libero pensiero, facciamo rete, per non perderci, per non rassegnarci ad essere ingranaggio di una burocrazia bizantina che rischia di cacciarci fuori dal tempo.

Facciamo rete in rete?

Ho letto e apprezzato il documento “Fare rete!”, soprattutto nel momento in cui si palesa lo sforzo di individuare un cammino condiviso verso Forum PA 2011.
Credo personalmente che l’attuale “impasse” del sistema di produzione e consumo imponga una riflessione profonda sul futuro del sistema di relazioni pubbliche tra soggetti collettivi e privati così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
Il mondo ICT, proprio in virtù dell’immaterialità della sua parte comunicativa, può e deve dare un contributo specifico all’auspicabile superamento di una crisi di superproduzione di beni materiali.
Apprezzo quindi l’approccio del documento, che ipotizza un rilancio dell’innovazione a partire dalle comunità locali e dallo sviluppo dei “beni relazionali”, in stretta sinergia con progetti di rete capaci di realizzare “best practices” da indicare anche come modelli replicabili, in modo intelligente ed elastico, nelle diverse realtà del Paese.
Un’amministrazione pubblica “autonoma, responsabile, trasparente” (v. documento), che ancora troppo spesso pare un augurio nell’Italia di oggi, deve porsi come interlocutore credibile prima e indispensabile poi in un processo di allargamento della democrazia digitale.
Il Friuli Venezia Giulia, Regione autonoma, vive poi una sua specificità che a volte si trasforma in marginalità o esaltazione acefala dell’identità: anche (o forse soprattutto) qui, a partire dalle comunità locali in dialogo tra di loro per il monitoraggio costante e il miglioramento della qualità della vita, si possono costruire esperienze radicalmente nuove nella soddisfazione dei cittadini verso l’”open government”.
Infine, perché non coinvolgere gli altri “think thank” dell’ICT italiana (penso a Milano, a Bologna, a Roma, a Bari….) in un forum sull’innovazione e la creatività che si ponga, grazie anche a metodi nuovi di condivisione (web 2.0, ad esempio?), obiettivi concreti, tangibili e misurabili? Facciamo rete in rete?

innovazione per una governance armonica

Premessa
Il titolo del 1° capitolo, “Lavorare insieme per un’innovazione distribuita, empatica e collaborativa.” , mi fa pensare ad un grido di allarme carico di speranza, che condivido in pieno. Si sente la necessità di attivare tempestivamente nel nostro paese un processo di aggregazione delle "persone" in quanto cittadini e di tutte le rappresentanze sociali (imprese, banche, associazioni, commercianti, università, categorie professionali, categorie sociali, ecc…) in quanto “componenti” vive e determinanti nel sistema paese. Si tratta di fare dietro-front rispetto al processo che ha caratterizzato l'individualismo e l' egoismo spinto dell'ultimo ventennio, rivelatosi del tutto fallimentare e cannibalesco! Purtroppo sino ad ora la parola chiave è stata l’abusata “sostenibilità” in cui è stata sottesa una, neanche troppo velata, ricerca di totale sfruttamento di tutte le risorse materiali in gioco con evidente superamento, in taluni casi, dell’offerta di prodotti/servizi tarata sulla domanda “percepita” e non sulla domanda “reale”.
Occorrebbe, perciò, ripensare il sistema paese attraverso un approccio più “umanistico”, disegnare politiche e strategie di gestione della globalizzazione in modo da conseguire lo sviluppo delle comunità in modo più "armonico", valorizzare le risorse immateriali delle comunità emancipandosi dalla inumana e riduttiva sostenibilità che affonda le sue radici in un terreno sterile e inerte.
Il nuovo punto di vista, a mio avviso, dovrebbe essere orientato sulla progettazione di un futuro in cui sia possibile stabilire dove è opportuno arrivare affinché tutte le componenti del sistema sociale e ambientale siano in armonia fra loro, cioè, concentrarsi sul come fare affinché l’umanità e la terra conseguano il livello ottimale di salute generale. Una sorta di ricerca del punto di equilibrio in grado di garantire il massimo beneficio per tutti (bene comune) correlato alla minima perdita individuale.

CONSIDERAZIONI
L’economia della felicità che usa l’innovazione distribuita, empatica e collaborativa come leva per conseguire il “bene comune” non può prescindere da una governance del sistema basata sull’approccio armonico (governance armonica) nella quale occorre presidiare i seguenti indispensabili pilastri:
1. Sviluppo culturale della dirigenza politica affinché possa definire più “proporzionatamente” le regole volte alla composizione degli interessi in gioco
2. Sviluppo culturale degli attori privati in gioco, singoli o associati, affinché possano accedere alla conoscenza con pari opportunità e possano esercitare il ruolo critico proattivo richiesto dalla governance “armonica”
3. Applicazione dei principi dell’etica nel management pubblico affinché sia possibile far convergere l’azione della P.A. su risultati di benessere diffuso

Un tema interessante, pertanto, mi sembra quello di progettare soluzioni o interventi che sostengano questi tre pilastri della governance armonica con azioni di sistema volte al rafforzamento delle competenze e delle conoscenze pubbliche e private, nonché, all’adozione di comportamenti virtuosi da parte dei protagonisti dell’innovazione tali che il benessere collettivo non sia più un risultato casuale, frutto di comportamenti di singoli particolarmente “illuminati”, ma diventi cultura diffusa, cioè diventi una priorità per tutti in quanto si rivela la migliore risposta ai fabbisogni individuali .
Rosa Di Palma

Commenti alla ricerca del tempo perduto

Ho letto rapidamente l’allegato e mi sembra che contenga idee largamente condivisibili. Mi riservo una lettura più accurata per evidenziare fatti positivi e, se esistono, considerazioni che potrei non condividere.
Nel frattempo elenco una serie di interrogativi che mi sono venuti in mente nel corso della mia partecipazione ad eventi di cui il Presidente Mochi ha curato il coordinamento del tavolo degli interventi.
Sono quasi tutti interrogativi retorici e sicuramente non tutti condivisibili da tutti. Non avendo ovviamente il dono della saggezza e conoscenza infinita, mi sembra corretto evidenziarli perché possano essere spunti di riflessione o di contestazione aperta.
Grazie per il coinvolgimento ed alla prossima.
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Commenti alla ricerca del tempo perduto
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RIFORMA BRUNETTA
- I soldi per farla possono essere recuperati migliorando l’efficienza.
o Comunicazione e formazione sono i cardini di una riforma che vuole essere migliorativa e devono essere spesati con i minori costi che la riforma deve essere capace di introdurre.
- Chi non la applica va contro la legge e quindi commette reato
- Richiede l’assunzione di responsabilità di decidere.
- Le valutazioni devono avere come risultato delle selezioni, ma i “criteri di misurabilità” sono ritenuti quasi “offensivi” dagli operatori della PA.
DALLA LEGGE DEL 93 ALLA BRUNETTA ATTUALE.
- “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse!”
- Tutte sancivano l’inizio di cambiamenti epocali, ma non sono state capaci neppure di innescare un cambiamento.
- La data di entrata in vigore di una legge, non la data di emissione, sembra sia considerata come la data per cominciare a “fare le pulci” alla legge, non l’inizio della sua applicazione..
- Ma, non rispettare una legge è reato o no?
- Si continua solo a sperare che l’ultima legge sia quella buona.
LE QUALITÀ DI UNA LEGGE DI RIFORMA.
- Si richiede alle leggi di prevedere sempre “standard perfetti”, se non sempre sono definiti
o forse la legge è invalida?
o Chi deve essere incolpato e punito per questa carenza?
- Le leggi sono promulgate dal Parlamento, ma sono praticamente sempre scritte dagli esperti della PA che spesso poi le criticano come inapplicabili …..ed il tempo passa!

innovazione sociale

buongiorno, solo una breve nota per confermare che sono lieto di contribuire.
alcuni brevi riferimenti: il tema innovazione empatica e' molto vicino al tema innovazione sociale, che e' uno dei pilastri della nuova strategia europea dell'innovazione "innovation union". http://ec.europa.eu/research/innovation-union/index_en.cfm
Su temi piu' generali, sarebbe ottimo avere un intervento degli autori di "The Power of Pull" http://blogs.hbr.org/bigshift/2010/04/a-brief-history-of-the-power-o.html

Infine un invito per il prossimo ForumPA: gia' e' un punto di riferimento nella DISCUSSIONE sull'innovazione; sarebbe utile diventasse un punto di riferimento dell'AZIONE. Ricordo che le parole chiave dette da Tom Steinberg in occasione del primo barcamp inglese erano: "code not talk"

Cioe' si potrebbero organizzare nel prossimo ForumPA sessioni molto pratiche che producano output concreti. Perche' non organizzare un rewiredstate.org oppure un sicamp.org? oppure un apps contest come inca-award.eu?

Sarebbe un chiaro segno di cambiamento nel "come" , non solo nel "cosa"

Ho letto volentieri la prima

Ho letto volentieri la prima riflessione sullo scenario di FORUM P.A. 2011 che confesso di condividere appieno.
Mi piace quindi suggerire due piccole realtà/esperienze che certamente possono degnamente far parte dell’idea guida del “governare con la rete”.

La prima.
Si tratta delle attività antimafia e sulla legalità di Avviso Pubblico, l'associazione degli Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie. E' una rete di Amministratori di Comuni, Province, Regioni e Comunità Montane nata nel 1996 per promuovere azioni di prevenzione e contrasto all'infiltrazione mafiosa nel governo degli enti locali e per aggregare, tra questi ultimi, quelli che hanno manifestato o manifestano il loro interesse verso percorsi di educazione alla legalità democratica.

Il link http://www.avvisopubblico.it/

La seconda è l'esperienza della Scuola di AltRa Amministrazione.
La Scuola ha tra i suoi promotori l’Associazione dei comuni virtuosi che nasce nel maggio del 2005, su iniziativa di quattro comuni: Monsano (AN), Colorno (PR), Vezzano Ligure (SP) e Melpignano (LE) ed è impegnata nel promuovere e valorizzare l'azione virtuosa di piccoli comuni cercando di intervenire a difesa dell’ambiente e di migliorare la qualità della vita, consapevoli che la sfida di oggi è rappresentata dal passaggio dalla enunciazione di principi alla prassi quotidiana”.
Il link
http://www.falacosagiusta.org/altramministrazione/autunno-2010/
http://falacosagiusta.terre.it/
L'intendimento è quello di fornire ulteriori spunti di lavoro.

Michele Bertola

commento a questo editoriale

Tutti i miei complimenti per come avete impostato il quadro di riferimento che porterà al prossimo FurmPA.
Davvero intelligente, motivante e ricco di implicazioni,sia concettuali che operative.
Considero questo testo uno dei più interessanti degli ultimi tempi.

Vi suggerisco di cimentarvi con il vostro inglese è consultare www.stockholmaccords.org che un HUB digitale dove, insieme con tanti altri in giro per il mondo, ho avviato dallo scorso mese di Giugno un vero e proprio programma (biennale in questa fase) di cambiamento della professione cui appartengo.
Credo sia la prima volta che una professione, attraverso una organizzazione che comprende 76 associazioni professionali in tutto il mondo in rappresentanza di 200.000 operatori, si propone un 'change management' vero.

Gli spunti concettuali hanno a che fare con il concetto di organizzazioni comunicativa, di opzione per un modello stakeholder di governance, con le riflessioni sul superamento della catena del valore verso i network di valore, con la valutazione monetaria di un brand come anche della relazione come bene intangibile che caratterizzano l'organizzazione oggi.
Insomma, quella che io chiamo la global stakeholder relationship governance.

Se volete, sono felice di poter partecipare alla vostra riflessione e, ove possa esservi utile, mettervi in contatto con studiosi e operatori internazionali assai reputati che so già essere fortemente attratti dal contesto evocato in queso editoriale.
contate su di me.
toni