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Un esempio di ininteroperabilità: nell’èra della PEC bisogna semplificare l’iscrizione all’Indice PA
Con l’art. 11 del DPCM 31 ottobre 2000 e con lo scopo di facilitare la trasmissione di documenti informatici, era stato istituito l’Indice delle amministrazioni pubbliche e delle aree organizzative omogenee, comunemente chiamato “IPA”[1].
Invero, l’acronimo utilizzato nel documento tecnico del CNIPA avrebbe dovuto essere, coerentemente e anche per rispetto alla lingua italiana, IAP (o, più completo, IAPAOO)[2].
Al fine di assicurare la trasparenza delle attività istituzionali, l’art. 17, comma 29, del DL 1° luglio 2009, n. 78, convertito nella legge 3 agosto 2009, n. 102, ha recentemente modificato il D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, Codice dell’amministrazione digitale – CAD, introducendo l’art. 51bis, che ha cambiato la denominazione ufficiale dell’IPA in Indice degli indirizzi delle pubbliche amministrazioni [3].
Tuttavia, il documento tecnico che illustreremo a breve sembra ignorare questa modifica.
La procedura di iscrizione
Le amministrazioni che intendano trasmettere documenti informatici da protocollare devono necessariamente iscriversi all’IPA e ciò avviene attraverso due fasi: l’accreditamento e la pubblicazione.
Sul sito www.indicepa.gov.it, con copyright 2002-2003, è possibile accedere a un documento tecnico di ben 84 pagine denominato Guida ai servizi di Indice delle amministrazioni pubbliche e delle aree organizzative omogenee, aggiornato al 5 febbraio 2010, in cui è descritto al § 4.3.1. l’iter da seguire, che qui riportiamo:
1. la PA richiede al Gestore dell’IPA l’accreditamento presso l’Indice, inviando via fax l’apposito modulo disponibile sul sito web http://www.indicepa.gov.it;
2. il Gestore dell’IPA, di concerto con l’amministrazione in questione e con il Responsabile dell’IPA, verifica che la PA possieda i requisiti necessari all’accreditamento, definisce un codice identificativo per la stessa ed acquisisce quindi i dati previsti per l’accreditamento;
3. il Gestore dell’IPA provvede a creare nell’IPA la struttura dati necessaria a contenere i dati della PA (crea il ramo o=AMM,c=it);
4. il Gestore dell’IPA comunica via e-mail al Referente della Amministrazione l’avvenuto accreditamento fornendo il codice assegnato all’amministrazione da utilizzare nella segnatura di protocollo, e le credenziali per l’accesso all’area riservata del sito web IPA.
Integrando la procedura con le istruzioni descritte nel sito web, appare subito evidente la sua macchinosità. Infatti, da un lato vengono utilizzati canali di comunicazione eterogenei (si chiede l’accreditamento via fax e si riceve la risposta via e-mail), dall’altro pare non conforme a quanto stabilito dal capo V del CAD (artt. 50 e ss.) sui "Dati delle pubbliche amministrazioni e servizi in rete" e soprattutto con lo spirito della norma stessa, che si basa sull’interoperabilità per agevolare lo scambio di documenti informatici[4].
Sul sito web è, infatti, disponibile un “modulo elettronico” per l’accreditamento, che in realtà non è altro che un file zippato contenente un file testuale (Richiesta accreditamento.doc, con lo spazio), che per come è stato strutturato prevede necessariamente una stampa cartacea e una compilazione manuale per i “quadratini” previsti per l’inserimento delle informazioni!
È disponibile anche un altro file zippato (RichiestaCambioReferente.zip) che in realtà contiene il file Richiesta di accreditamento all.doc (con tre spazi), con le stesse caratteristiche di ininteroperabilità di quello precedente.
La procedura descritta nel documento tecnico, aggiornato come dicevamo al 5 febbraio 2010, (ma che contiene ancora la vecchia denominazione del DPCM 31 ottobre 2000 e non quella nuova stabilità nel 2009 con l’art. 51bis del CAD), non tiene conto della possibilità di richiedere l’accreditamento via posta elettronica certificata (PEC), né di utilizzare un “vero” modulo elettronico contenente i campi compilabili direttamente via web o, in alternativa, un modulo “pdf intelligente” da trasmettere via PEC o semplice e-mail, con i campi compilabili direttamente senza ricorrere alla stampa cartacea.
A nulla vale l’eventuale giustificazione che il comma 3 dell’art. 11 del DPCM 31 ottobre 2000 preveda espressamente l’utilizzo del protocollo LDAP, visto che si tratta di una norma che esplicita tecnologie di almeno dieci anni fa!
Così come strutturata, dunque, si tratta di una procedura inefficiente sotto molti profili, non ultimo quello inerente al fatto che la durata complessiva per l’accreditamento è mediata da un presidio e non è automatica come ci aspetteremmo nell’èra digitale proprio da chi dovrebbe non solo divulgare, ma anche invogliare a utilizzare le nuove tecnologie.
Il risultato è che, di norma, la procedura di accreditamento dura più di qualche giorno, senza tener conto delle “complicazioni” informatiche per la comunicazione dei dati, così come descritte al § 5 del documento tecnico. L’iscrivenda amministrazione, infatti, ha due strade, entrambe prevedono però l’utilizzo di un file testuale (*.txt o *.text) in formato standard LDIF oppure con campi separati dal carattere “pound” (#). Si tratta di procedure inusuali per le amministrazioni pubbliche, che devono necessariamente far ricorso agli informatici, in barba al principio della semplificazione amministrativa tanto sbandierata in questo periodo.
La rivoluzione digitale è sacrosanta, ma deve partire dalle piccole cose che hanno ricadute concrete nella vita dei cittadini e delle amministrazioni. La PEC e soprattutto la compilazione di moduli web (in aree accessibili e ovviamente riservate e sicure) avrebbero risolto in pochi minuti il problema, anche perché si tratta di accreditare non un cittadino, ma una amministrazione pubblica, della quale dovrebbero essere ben note le informazioni minime e, in ogni caso, facilmente verificabili.
Si tratta, in buona sostanza, di uno dei tanti esempi di come sia sempre possibile complicare le cose semplici anche nella tanto importante e desiderata Società dell’Informazione!
* Andrea Lisi Andrea Lisi Coordinatore Digital&Law Department (www.studiolegalelisi.it) e Presidente Associazione Nazionale Operatori e Responsabili della Conservazione digitale dei documenti (www.anorc.it)
Gianni Penzo Doria, Università degli Studi di Padova - Archivio Generale di Ateneo (www.unipd.it/archivio)
Vedi anche
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Commenti
La pubblicazione non potrebbe essere interamente automatizzata?
Mi permetto di intervenire perché, credo sia una delle prime volte, non condivido al 100% le considerazioni di Gianni Penzo Doria.
Devo riconoscere che la parte di accreditamento potrebbe essere semplificata, ma non mi pare che rappresenti il percorso critico dell'intero processo (almeno per le PA).
Il vero problema, che mi è parso di individuare presso diverse PA con le quali ho avuto occasione di collaborare, è organizzativo: spesso si ha difficoltà a reperire un organigramma ufficiale e altrettanto spesso l'organigramma caricato all'interno dei sistemi informativi non rispecchia quello per così dire ufficiale (per non parlare del proliferare delle versioni in uso nei diversi sistemi informativi).
Mi chiedo se non possa essere questo il motivo per cui i referenti delle PA siano costretti a costruire a mano l'organigramma da trasmettere all'IPA.
Ma se le cose stanno davvero così, mi sembra di poter dire che ci troviamo in un ambito che potrebbe/dovrebbe essere soggetto a 'semplificazione' o per meglio dire a razionalizzazione. E che, come per la parte di accreditamento, anche la parte di pubblicazione non rappresenti il vero percorso critico.
Perché se effettivamente le informazioni corrette da trasmettere all'IPA fossero disponibili all'interno dei sistemi informativi della PA, queste potrebbero essere trasmesse con procedure informatiche presidiate (un clic da parte dell'incaricato) all'IPA stesso, facendo uso dei protocolli previsti. Non sarebbe un operatore a dover trasformare tutto in formato LDIF o separato da '#' o altre modalità che dovessero venir proposte dall'IPA: dovrebbero essere i sistemi informativi (i programmi - il software) a fare le conversioni ed a trasmettere le informazioni all'IPA.
In fondo questo non può rappresentare un esempio di semplificazione amministrativa? Se ogni PA tenesse aggiornato l'indice per la parte di propria competenza, questo potrebbe essere usato proficuamente anche in consultazione, per mantenere aggiornate le anagrafiche 'locali', usate per la corrispondenza verso altre PA ma anche per altri scopi; in questo modo si ridurrebbero anche errori nei dati anagrafici 'locali', dovuti ad errore umano o pigrizia dell'operatore.
Concludendo non voglio semplificare troppo la questione. E' chiaro che per poter sfruttare in maniera appropriata l'IPA occorrono interventi sia organizzativi, che applicativi (all'interno dei sistemi informativi). Ed è altrettanto chiaro che il gestore dell'IPA dovrà garantire la consultabilità (in termini di performance e fruibilità) dello stesso dall'interno dei sistemi informativi o dai client di PEC delle diverse PA (e perché no, anche dei cittadini). Ma sulla carta già lo fa. Per non parlare dei criteri e dei metadati per l'archiviazione e la conservazione di ogni variazione di pubblicazione trasmessa all'IPA.
Ma in fondo, non mi sembrano traguardi irraggiungibili. O sbaglio?
Risposta a Paolo Vandelli
E meno male che non si è d'accordo ogni tanto, ci mancherebbe!
Condivido le osservazioni sul mantenimento dell'organigramma, che però si scontrano con la velocità e la magmaticità di alcuni modelli organizzativi, che lavorano per processi rifinibili volta per volta e non secondo il modello weberiano, ferma restando la responsabilità procedimentale. Su quest'ultimo punto bisognerà lavorare, anche in previsione della scadenza del 4 luglio 2010 sull'analisi UOR/RPA/Tempo che trova tuttora impreparate molte amministrazioni, che hanno regolamenti sui procedimenti ormai datati.
Detto questo, resta intatto lo spirito dell'articolo. Infatti, mentre si pretende un telefax sia per l'iscrizione che per le eventuali modifiche all'IndicePA, si risponde con una semplice email. Questo è intollerabile nell'èra della PEC.
Utilizzare sistemi promiscui (e non ibridi) non aiuta l'amministrazione digitale, soprattutto quando questo accade ai livelli più rappresentativi.
Gianni Penzo Doria
Risposta a Paolo Vandelli
Caro Paolo, come ho avuto modo di risponderti anche privatamente, per me che me ne sono occupato per il mio Ateneo, la procedura è inutilmente complicata e intrinsecamente contraria al principio di semplificazione ed allo spirito della riforma
Dall'8 giugno 2010 la procedura è cambiata, ma può migliorare
Una buona notizia.
Dall'8 giugno 2010 DigitPA ha cambiato in parte la procedura di accreditamento all'Indice PA, descritta su: http://www.indicepa.gov.it/docs/guida_veloce_accreditamento_ipa.pdf
È stato infatti sostituito il "modulo elettronico" (in realtà un file Word), con un moderno modulo on-line, il quale aggiorna in tempo reale i dati dell'amministrazione accreditata. Finalmente.
Resta però ancora vigente la procedura della spedizione di un fax, "datato, firmato e timbrato su entrambe le pagine", operazione da effettuare entro 30 giorni. Questo cozza con la forte spinta all'introduzione della PEC (nell'èra della PEC il FAX dovrebbe infatti sparire). Che sia una forma di diffidenza verso un pubblico ufficiale? Strano a dirsi, visto che tra gli elementi richiesti esiste anche la casella di PEC, quindi facilmente verificabile, soprattutto se si tratta di un’amministrazione pubblica. Anzi, il modulo scrive testualmente "Indicare mail di Posta Elettronica Certificata, se in possesso dell'Amministrazione". Ma come, non dovrebbe essere obbligatoria per tutti per legge? E poi la ridondanza: "Indicare mail di Posta", non sarebbe più corretto dire "casella"?
Ma basta criticare, ci pare doveroso segnalare un progresso nell’applicazione del digitale, nonostante la promiscuità della procedura.
Andrea Lisi e Gianni Penzo Doria
andrealisi@studiodl.it - gianni.penzo@unipd.it