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Banda larga: per Brunetta non servono maggiori investimenti
“Diffidate da chi imputa la scarsa innovazione alla mancanza di fondi! L’innovazione reale nella pubblica amministrazione la si può fare a costo zero, semplicemente mettendo a frutto quello che già c’è, migliorando l’organizzazione.” Con queste parole il ministro Renato Brunetta ha chiuso il 9 giugno scorso, a Roma, la sessione plenaria della Giornata Nazionale dell’Innovazione.
Per il ministro il mondo della pubblica amministrazione è talmente disorganizzato che basterebbe un drastico cambiamento di strategia per migliorarne la produttività di almeno il 50% praticamente a costo zero. Non è un annuncio nuovo, Brunetta se lo era posto come obiettivo di legislatura già qualche tempo fa, durante il convegno inaugurale di FORUM PA ’09, ma stavolta il ministro ha aggiunto degli esempi concreti di come ha intenzione di raggiungere il traguardo del 50% in più di produttività.
La parola d’ordine sembrerebbe essere: “utilizzare quello che già c’è senza spendere un euro di più”. In questa direzione, infatti, vanno sia tutti gli accordi già firmati per il progetto Reti Amiche, sia le convenzioni stipulate per il contact center Linea Amica, sia i protocolli di intesa per lo sviluppo del Piano e-gov 2012 (ultimo quello siglato con il Ministero della Giustizia per la digitalizzazione dei documenti giudiziari).
Durante il suo intervento il Ministro si è poi soffermato sul tema della banda larga, lanciando all’assemblea una domanda provocatoria: “Cosa ce ne facciamo della banda larga, se le reti che abbiamo adesso non sono utilizzate?”
Il riferimento era alla rete che connette tutte le scuole agli uffici scolastici delle Province e del Ministero dell’Istruzione e su cui non passa nessun tipo di contenuto se non dati amministrativi.
Niente da obiettare. È ovvio (forse non troppo nella pa) che, se un’infrastruttura c’è, è dovere dell’amministrazione sfruttarla al meglio per massimizzare l’investimento fatto, tuttavia, su un tema così delicato come la velocità di connessione è una strategia corretta adagiarsi sulla rete che distribuisce i cedolini dello stipendio del personale?
E soprattutto, è corretto mantenere una posizione “difensiva”, che punta ad accontentarci di quel che abbiamo nel momento in cui tutto il mondo industrializzato vede nello sviluppo della capacità di banda la condizione necessaria per sviluppare nuovi servizi e nuovi mercati?
Il famoso Rapporto Caio, sostiene che l’investimento minimo per portare internet ad alta velocità al 95% della popolazione, usando diversi tipi di tecnologie, dovrebbe essere di 1.3 milioni di Euro, mentre per fare dell’Italia una nazione in grado di competere sul piano internazionale servirebbero almeno 10 miliardi in 5 anni. Cifre che al momento nessuno, né la politica, né tantomeno Telecom Italia, si sente di poter promettere, e nel frattempo dal Giappone arrivano programmi 5 volte più onerosi per lo sviluppo di reti di nuova generazione in tutto il paese.
Allora a chi dare ragione? A Brunetta o a Caio?
Come dice lo stesso Francesco Caio nelle conclusioni del suo rapporto: occorre innanzitutto avere una strategia chiara su quale è realmente l’obiettivo dell’Italia in ambito nazionale ed internazionale in tema di sviluppo della rete e, al momento, non sembra siamo giunti ad un buon punto.
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